confronto sui cambiamenti in corso

postato il 2 Mar 2020
confronto sui cambiamenti in corso

Ho scritto ieri su FB la mia necessità di uscire dall’isolamento crescente, indotto dal coronavirus, aprendo un confronto approfondito tra ecofemministe, considerato anche il silenzio di molte amiche di lunga data, e di tante associazioni, o le considerazioni ripetitive di altre. A questo scopo riportavo il titolo dell’articolo di Guido Viale, “ nulla sarà come prima” e la preveggente frase finale del libro “la morte della natura” della Merchant, che riassumeva il lavoro di ricerca asserendo che la terra malata potrà ritrovare la salute solo se vengono rovesciati gli attuali valori e rivoluzionate le priorità economiche.

Anche sul Manifesto di ieri, 1/3/2020 sono comparse due riflessioni che segnalo: la prima di Enzo Scandurra, dal titolo: Globalizzazione. La fragilità dell’homo economicus, sottolinea la differenza tra i sistemi viventi, ridondanti e con notevoli caratteristiche di flessibilità che assicurano, nel caso di stress di una parte (per es. il fegato), che le altre parti del sistema collaborino per attenuare il malfunzionamento del sottosistema e tutti i sistemi artificiali, prodotti dall’uomo. Questi “se basati su un’unica variabile (per esempio il denaro per quello economico) o su un uso spinto delle tecnologie, possiedono scarsa ridondanza e flessibilità.” Negli ecosistemi “la ridondanza delle specie animali e vegetali assicura la sopravvivenza della biosfera qualora intervengano cambiamenti disastrosi (glaciazione o surriscaldamento).”…”la flessibilità è il contrario della specializzazione. Tanto più un sistema è specializzato, ovvero basato su un’unica variabile o sull’uso spinto di una tecnologia, tanto più sarà fragile e non capace di resistere a cambiamenti imprevisti. Questo è evidente nel caso dell’Alta Velocità dove uno scambio mal progettato ha praticamente messo in ginocchio tutto il sistema dei trasporti ferroviari, oppure nel caso del Mose il cui funzionamento è basato esclusivamente nel sollevamento di paratie mobili immerse nell’acqua per difendere Venezia. Se questa unica variabile si inceppa il sistema non ha possibilità di compensazioni e collassa. Tutte le grandi opere sono sistemi rigidi e pertanto fragili.”

La verifica oggi passa attraverso l’epidemia del cosiddetto coronavirus, un virus globalizzato, che sta trasformando la nostra società, minacciando un collasso: stato di guerra in tempo di pace . Il contagio non viene dagli emigranti, ma dal mondo globalizzato, nasce nel cuore del paese a più elevata crescita economica: la Cina. Le nostre città si dimostrano sistemi dotati di scarsa flessibilità che quando si verifica il collasso di uno dei sottosistemi (la sanità, ad esempio), entrano in uno stato altamente critico e le persone sono indotte o costrette  in casa per il timore di un contagio”. Ciò produce cambiamenti molto rilevanti in un mondo globalizzato e interconnesso : “Basta un piccolo virus sconosciuto per far crollare le borse, ridurre il Pil e mettere a repentaglio la santa Crescita. La perdita della flessibilità del sistema si accompagna alla perdita di flessibilità delle idee. Così che non mettiamo mai in discussione le nostre abitudini che tendono a diventare premesse indiscusse, da cui discendono altre idee che ne ereditano la rigidità; un esempio per tutti: la colpa è dei migranti e basterebbe chiudere in confini; ma almeno questa volta la propaganda è smentita dai fatti.”

La seconda riflessione  è di Donatella Di Cesare e verte sulla Democrazia: – Anche per lo stato d’eccezione la paura è un boomerang  considerando che non è un caso che il panico sia esploso soprattutto in quelle regioni governate dai leghisti, dove da tempo si istiga all’odio del diverso e dove i due governatori, con mascherina e accusa ai cinesi di mangiare topi vivi, hanno mostrato i propri limiti. Nel frattempo tutta la giunta regionale lombarda é in isolamento perché l’assessore allo sviluppo economico, sembra quasi un destino crudele, è risultato contagiato.

Non si governa così un mondo complesso come quello globalizzato, sostiene la giornalista, dove la paura  (per l’estraneo, xenofobia, quella che spinge a erigere barriere e muri, e exofobia, che induce a rinserrarsi nella propria nicchia per proteggersi e rassicurarsi) nelle crisi domina. Quindi ”il governante, che scherza con il fuoco della paura, finisce per restarne bruciato. Mentre crede di amministrare a puntino l’odio, di gestire debitamente la paura, tutto gli sfugge di mano. La democrazia immunitaria è perciò un’inedita forma di governance dove la politica, ridotta ad amministrazione, per un verso si rimette al dettato dell’economia planetaria, per l’altro si autosospende abdicando alla scienza – «facciamo parlare gli esperti!» – che s’immagina oggettiva, vera, risolutiva. Come se la scienza fosse neutra e neutrale, come se non fosse già da tempo strettamente connessa con la tecnica….Così lo Stato di sicurezza si rivela uno Stato medico-pastorale che garantisce l’immunizzazione al cittadino, isolandolo.”

Entrambi denunciano con acutezza la situazione ma non avanzano nessuna proposta alternativa del modo di governare e organizzare la società, per rendere il sistema meno artificiale e più simile a quelli naturali. Per questo lasciano un po’ di sconcerto: importante battere il razzismo e il neoliberismo ma non basta più. Ormai abbiamo capito che “mettere il mondo sottosopra” comporta ben altro e per questo va aperto un confronto approfondito e collettivo a partire da noi, in tempi brevi.

Per questo metto a disposizione anche questo spazio a chi vorrà avanzare proposte serie, anche se non attuabili nell’immediato, ma su cui cominciare a ragionare insieme.

Pubblicato in: Ambiente, Diritti umani, Donne, politica

Commenti:

  • Daniella Ambrosino 4 Marzo 2020

    E’ tutto molto complicato e difficile e le soluzioni non possono essere semplici. La flessibilità ad esempio sappiamo che è un problema quando la si vuole applicare ai lavoratori per motivi di comodo. Sì, certo, la specializzazione porta alla rigidezza, ma senza specializzazione le conoscenze non aumentano. Dunque bisogna modulare le risposte cercando di avere una visione d’insieme che tenga conto della complessità. E questo è il compito della politica, che quindi non può essere semplicemente volontarista.
    Certo la politica non può abdicare n favore della scienza, ma una politica che presumesse di poter disprezzare quanto ci dicono i calcoli statistici sull’andamento dei contagi, l’epidemiologia e la virologia- ci porterebbe dritto a sbattere la testa ancora peggio. Le scienze non saranno neutre, ma certo non sono neanche semplici opinioni, e con tutti i loro limiti sono la nostra fonte più sicura di conoscenza, specialmente in frangenti come questo. Adesso, tanto per dire, saremmo tutti contenti che ci fosse un vaccino, e anzi siamo impazienti perché non lo si può fare più velocemente. Al momento attuale, comunque, l’isolamento o meglio il diradamento dei contatti e l’allargamento delle zone a rischio sono misure che non caratterizzano una certa politica della sicurezza colpita di ritorno dal boomerang della paura, ma sono misure necessarie per qualunque politica responsabile nei confronti della salute dei cittadini – all’economia che crolla si penserà dopo aver salvato le vite. La nostra democrazia è di cattiva qualità, ma non certo perché delega troppo agli scienziati.
    Ho sempre avversato e avverserò la politica di respingimento e criminalizzazione del diverso, ma dobbiamo riconoscere che se oggi il Nord d’Italia è più minacciato dal contagio, non è per nemesi storica antileghista ma per la struttura economica che lì da molti anni ha costruito una rete enorme di contatti industriali e commerciali con la Cina e l’Asia in genere (altro che i ristoranti cinesi!). Sembra ormai certo – in seguito all’analisi delle mutazioni, che il coronavirus sia sbarcato da noi in tempi ancora non sospetti, a metà gennaio, quando l’allarme ancora non c’era, e sia inizialmente passato per influenza. Questo sarebbe successo anche se al governo non ci fossero stati i leghisti, perché l’economia del territorio è quella che è e non si cambia dall’oggi al domani. D’altra parte non è sensato pensare di ritornare a un mondo parcellizzato anziché globalizzato, privo di scambi e con distanze immense da percorrere: anche perché in un mondo simile le pestilenze c’erano lo stesso, e c’erano meno mezzi per affrontarle. A parte quindi il fatto che almeno si è dimostrato che chiudere i confini ai migranti non serve a proteggerci, non posso concordare con Donatella De Cesare. Date ,e connessioni economiche, più bella democrazia di questo mondo probabilmente non ci avrebbe salvato dal contagio.
    Avanzare proposte è, come abbiamo visto, assai difficile, ma certe analisi della situazione non aiutano. Quello che possiamo dire, a mio avviso, è che per realizzare un mondo più giusto, più felice da viverci, e meno esposto agli imprevisti, più veloce nella resilienza, e soprattutto capace di invertire una tendenza economica suicida che porta alla rovina del pianeta, abbiamo bisogno di costruire reti di uomini e donne consapevoli della complessità e diffidino delle semplificazioni, sempre in agguato anche in campo “progressista”. Specie le semplificazioni antiscientiste. Del resto in Cina il contagio si è diffuso incontrollatamente perché i politici locali, convinti di applicare il primato della politica, non hanno voluto applicare misure restrittive “eccessive” e non hanno dato retta ai medici cinesi, non ritenendo ancora sufficientemente provato il contagio da uomo a uomo.

  • Lorella 4 Marzo 2020

    Condivido in toto la tua analisi e sono convinta che sia necessario un cambio totale di prospettiva in cui l’obiettivo non siano più lo sviluppo sfrenato e il profitto, ma il ben-essere delle persone in armonia con la natura. Questo dovrebbe essere il punto di partenza di ogni scelta politica: il bene comune. Ma viviamo in una società in cui il capitalismo è un totem intoccabile e quando qualcosa si inceppa nel sistema, andiamo in paranoia. Proposte concrete, purtroppo, non ne ho.

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