Il 68 delle donne per il Manifesto

postato il 13 Apr 2018
Il 68 delle donne per il Manifesto

care e cari,

mi sono emozionata a leggere l’inserto del Manifesto il 68 delle donne voluto dalla direttrice Norma Rangeri perche’ “in tutte le pubblicazioni…nell’anniversario dei 50 anni,…manca quasi del tutto il punto di vista delle donne.” Vi consiglio amiche, ma soprattutto amici, di leggere e lasciarsi trascinare. Poi cercheremo di commentare, adesso e troppo piacevole perdersi in questa ventina di testimonianze, in gran parte di vecchie amiche, rivedendosi giovani di allora, come in uno specchio.

Vi propongo per ora la mia di testimonianza che Norma a voluto mettere quasi a conclusione di un percorso collettivo in cui mi riconosco totalmente. Per ora vi consiglio di procurarvi dal primo giornalaio, oppure on line ne “Il manifesto store”, di lasciarvi trascinare dai ricordi per chi c’era, o dalle sole emozioni per chi era troppo giovane, anche per vincere la noia e le preoccupazioni di questa fase postelettorale. Poi ne riparliamo insieme.

 

 

Discendo da contadini: la nonna materna era mondina a Trino Vercellese e il nonno paterno possidente di una piccola cascina nella bassa mantovana. Mio padre fu costretto a inventarsi un nuovo mestiere a Torino, durante la guerra che gli aveva ucciso a Mauthausen il fratello maggiore, ingegnere alla Fiat, preso prigioniero in una rappresaglia fascista e mai più tornato. Liberale, amico di Spinelli, non prese mai la tessera fascista, e non alzò mai la voce in casa contro noi o mia madre, di cui era innamoratissimo. Ma le discussioni politiche erano all’ordine del giorno con me adolescente, allieva di Maria Magnani Noya che diventerà sindaca socialista a Torino. A queste discussioni mia madre non era interessata: grande lettrice di romanzi e della “busiarda”, il quotidiano della Fiat, viveva il suo ruolo scelto di casalinga fino in fondo e non si piegò mai alle richieste di mio padre che l’avrebbe voluta nel suo negozio. Fu così che lui mi costrinse a frequentare ragioneria dalle suore mentre io volevo fare il liceo classico, e mi obbligò ad andare a lavorare in nero nella sua ditta, appena diplomata con ottimi voti, senza lasciarmi una settimana di vacanza.

La ribellione di mia madre non è mai stata frontale e quindi la nostra complicità non funzionò. La mia frustrazione si manifestò con l’esaurimento nervoso, oggi sarebbe anoressia, che mi portò a pesare 45 chili e a sposarmi il più presto possibile per cercare libertà. Mi iscrissi all’università di Trento e lì incontrai il ’68 e le femministe di Cerchio spezzato. Preparavamo gli esami a Torino in un gruppo di ragazzi che già si ponevano il problema di intervenire alla Fiat e, oltre ai classici da Marx a Marcuse, studiavamo gli accordi di Bretton Woods e tutte le tattiche rivoluzionarie che poi andavamo a discutere con professori come Giovanni Arrighi, che faceva parte del mio stesso gruppo politico, il Gramsci, guidato da Luisa Passerini e il suo compagno di allora. Quelli che occupavano palazzo Campana, alcuni dei quali poi mi ritrovai come leader quando attraversai Lotta Continua per scioglierla, a me sembravano figlie e figli di papà che non avevano dovuto attraversare i miei problemi[1]. Insieme a Luisa facevo parte del femminismo radicale: discutevamo in assemblee e in piccoli gruppi quello che ci arrivava da Boston  e quello che emergeva dai primi gruppi femministi come Demau e Rivolta femminile, si faceva autocoscienza, e ci si incontrava con via Cherubini a Milano e con Pompeo Magno a Roma.

Il femminismo veniva prima ed era quello che mi stava cambiando e che mi emozionava. Poi intervenivo davanti ai dormitori con gli operai immigrati, arrivati soli e inviati dalle reti parrocchiali alla Fiat. Usavano in tre turnisti lo stesso letto. Luisa mi aveva affidato anche il collettivo femminista delle donne del nostro gruppo politico e non soffrii troppo la doppia militanza, né le leadership maschili. L’autocoscienza servì a liberarmi dall’oppressione paterna subita e dal matrimonio con un buon marito che aveva un solo difetto: figlio di un dirigente di una grande industria farmaceutica, si preparava a sostituirlo e avrebbe voluto che io fossi una moglie di rappresentanza non una contestatrice. Dopo quattro anni avevo avuto anche voglia di un figlio ma il mio ginecologo di allora mi aveva predetto, dopo un esame di strisce vaginali durato un mese, che non avrei avuto figli: rimasi nello stesso mese incinta della mia prima bellissima figlia, Paola, nata quasi sul treno che mi riportava a Torino dopo quattro esami dati a Trento.

Lei e le amiche femministe mi diedero la forza di cercare la mia strada di liberazione mentre gli interventi davanti alla Fiat (ero predestinata in memoria incosciente di mio zio), con mia figlia nel port-enfant, e le riunioni con gli operai, allora tutti maschi, mi contagiarono con la passione politica che non mi ha mai abbandonata da allora. Non mi interessavano intergruppi, non mi interessavano le linee politiche ma la vita quotidiana, i racconti di autocoscienza e quelli operai davanti ai dormitori e all’uscita dalla Fiat. Naturalmente non mi arrampicavo sui cancelli per entrare con altri leader studenteschi dentro le presse o le carrozzerie, per partecipare ai cortei interni contro i capisquadra e i crumiri perché nessuno mi invitava essendo donna, e io non avrei potuto portarmi dietro una neonata. Stavo sperimentando un modo diverso di far politica che poi si sarebbe rivelato vincente nel congresso di Rimini che sciolse Lotta Continua nel ’76, un  anno dopo il corteo di sole donne a Roma per l’aborto, attaccato dalla cellula di Cinecittà con Erri De Luca che la capeggiava e tentava inutilmente di prenderne la testa[2].

Dunque scelte di vita, relazioni che mi facevano crescere e capire cosa stava succedendo in quegli anni. Rimasta sola con una figlia, il senso di responsabilità mi faceva fiutare e abbandonare situazioni pericolose. Nell’unico corteo militarizzato per attaccare la sede del Msi a cui partecipai, tra molotov, cariche e slogan truculenti come: “camerata basco nero il tuo posto è  al cimitero” e “ Piazzale Loreto ce l’ha insegnato, uccidere un fascista non è reato”, pensai alla mia bimba e giurai che mai più avrei ripetuto un’esperienza simile. La pratica dell’inconscio, a cui Luisa partecipava e che aveva diviso il nostro collettivo femminista di Via Lombroso, mi sembrò anch’essa pericolosa.  Non che disdegnassi l’attrazione sessuale verso altre donne ma quello che proprio non tolleravo era la manipolazione che alcune volevano portare avanti in nome del lesbismo politico. L’autorità che cercava di condizionarmi, e le violenze fisiche o verbali, non mi piacevano, né maschili né tanto meno femministe. Pesava ancora il suicidio di un’amica della comune di Via Asti, che non aveva retto e se ne era andata lasciando un biglietto solo al suo cane.

Così scelsi a Torino il gruppo che voleva intervenire rispetto al divorzio e all’aborto, sulla salute delle donne e le pratiche di conoscenza del proprio corpo con il self-help: deciso cosa ci serviva ce lo prendevamo. Occupammo i consultori in tutte le zone della città e poi il S.Anna,la più grande clinica d’Europa, per una settimana a discutere con medici, ostetriche e infermiere, le partorienti e le donne che volevano abortire con il Karman nel day hospital che imponemmo.[3] Ci serviva un luogo dove incontrarci e occupammo l’ex-manicomio femminile per farci la casa delle donne. Il separatismo politico femminista era nelle iniziative e nel confronto politico: di tutto ciò si discuteva solo tra donne in grandi assemblee nella sede del Manifesto, le cui militanti furono le prime a confrontarsi con il femminismo radicale. Poi arrivarono le donne di Avanguardia Operaia e ultima la commissione femminile di Lotta Continua. Le 150 ore dell’intercategoriale per l’obbligo ebbero un grande successo. Piccoli gruppi sulla salute, sessualità, malessere psichico.

Lavorare insieme alle “politiche”non era facile per noi femministe. Per i metodi, il linguaggio e il modo di relazionarsi. La pratica dell’autocoscienza e del self-help a poco a poco conquistò molte di loro ed anche le prime immigrate che raggiungevano dal Sud i loro mariti nelle periferie dove c’erano i nostri presidi: Il consultorio della Falchera fece storia. Con le compagne di Lotta Continua sperimentai il metodo per vincere un Congresso [4] in un crescendo di riunioni preparatorie dove si praticava l’autocoscienza, si solidarizzava tra mogli tradite, amanti e amiche spiazzando il potere maschile e si faceva i conti con regole non scritte che avevano cementato la complicità maschile, scoprendo le quali, o si veniva sul nostro terreno, dove avevamo posto la centralità del corpo, come fecero gli operai commossi per la povertà dei loro rapporti sessuali, o si saltava con gli equilibri di potere precedenti. Sofri venne a chiedermi che fare ma non avevamo previsto una proposta. Dieci anni dopo, con le donne verdi la proposta la trovammo rispetto a Mattioli che si definiva un cocomero: verde fuori e rosso dentro. Fui presidente  di un direttivo di sole donne alla Camera e poi vincemmo con Grazia Francescato portavoce rispetto ad Edo Ronchi [5]. Ma non durò. In entrambi i casi il maschile nel partito rivinse sulle donne e il rosso sul verde. Così per ora. Per domani speriamo che le giovani neolette e le ragazze di Nudm sappiano fare meglio e governare più a lungo i processi di cambiamento. Ce ne sarebbe proprio un gran bisogno in questa terza repubblica che sta cominciando.

 

[1] Guido Viale, a casa, l’ancora del mediterraneo, Napoli 2001, pag. 23

[2] Laura Cima, Il complesso di Penelope,Il Poligrafo, Padova 2012, pagg.255/258

[3] Memoria 19-20, il movimento femminista negli anni ’70, Rosemberg&Sellier, pagg 188/191

[4] Il 2° congresso di Lotta Continua, Atti del Congresso di Rimini, Coop. Giornalisti Lotta Continua, Roma 1976

[5] F.Marcomin e L.Cima, L’Ecofemminismo in Italia, le radici di una rivoluzione necessaria, Il Poligrafo, Padova, 2017

Pubblicato in: Donne

Commenti:

  • maggg 28 aprile 2018

    Perche anche le biografie, oltre al dibattito storico-politico, sono significative dei cambiamenti e delle rotture.

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