un’altra voce di ecodonna

postato il 5 Mag 2018

Adesso che é piú conosciuto il mio blog si apre a tutte voi. Grazie Marella che sei la prima!

Ieri si è svolto al IV Municipio di Roma un bell’incontro tra donne e non solo.
La presentazione del libro”L’ecofemminismo in Italia: le radici di una rivoluzione necessaria” è stata l’occasione per ribadire ciò che è sotto gli occhi di tutti: l’Italia sul fronte della parità di genere sta regredendo.
Questo di seguito il mio intervento.
Inizio ringraziando di cuore Laura Cima e Franca Marcomin, ideatrici e curatrici del libro “L’ecofemminismo in Italia: le radici di una rivoluzione necessaria”, che con tenacia, determinazione, competenza e con l’entusiasmo di due ventenni hanno continuato a credere alla realizzazione di questo loro progetto per almeno 6 anni, quasi inseguendo quelle donne che sapevano avrebbero potuto arricchire con la propria esperienza la pubblicazione, ma soprattutto la conoscenza di chi poi avrebbe letto il libro.
Io mi sento onorata di far parte di queste donne e sono felice di essere rientrata tra quelle che, secondo le autrici, contribuiscono tutt’oggi a un passa parola di esperienze e di modalità di essere donna acquisito anche grazie agli anni di presenza e partecipazione nei Verdi.
La bellezza e originalità di questo libro è che man mano che si leggono le varie testimonianze si percorrono 50 anni di storia del femminismo attraverso spaccati di vita che per ognuna delle narratrici hanno inciso sulla propria vita trasformandole in donne più consapevoli e determinate a superare gli schemi maschili imposti.
Donne all’origine “visionarie” che hanno aperto la strada a tutte le altre nate dopo di loro.
Io non ho avuto la fortuna di nascere in tempo per vivere il femminismo nella sua formula originale, con l’entusiasmo e la forza delle idee che univa le donne in ogni angolo del mondo e le faceva sentire “sorelle” al di là delle differenze sociali, etniche e civili. Sono cresciuta però, grazie anche alle loro lotte, con la certezza di non avere meno diritti di un uomo. Ma anche grazie ai miei genitori (e in particolare mia mamma), perché ex contadini che hanno vissuto buona parte della loro esistenza in una società dove la fatica del lavoro è tanta e suddivisa alla pari tra uomo e donna e ciò determina spesso pari rispetto tra i due sessi. Infatti, mia mamma ha sempre avuto un ruolo decisionale pari al mio papà, se non superiore.
Fatte queste premesse, quindi, io non ho esperienze giovanili di formazione femminista da poter trasmettere. Posso però senz’altro affermare che dall’ingresso nel mondo del lavoro tutto mi è stato chiaro: avrei dovuto stringere i denti e resistere alla tentazione di trasformarmi nel cliché di donna preferito dalla società, possibilmente di bella presenza, avvenente e accomodante, cortigiana e subordinata. Un ruolo che per indole ho sempre sentito stretto e che mi ha spesso fatto passare per una persona complessa, originale e “visionaria”, inopportuna ecc. ecc.
Ecco perché la mia testimonianza per questo libro, dal titolo “I Verdi: una storia di opportunità mancate”, parte dal mio ingresso nei Verdi e in particolare dalla presenza delle donne Verdi nel partito, che mi hanno fatta sentire arrivata nel posto più adatto a me, e termina con la mia uscita da quel partito che più o meno coincide anche purtroppo con il loro suicidio di volersi a tutti i costi spaccare e in pratica dissolversi.
Da allora sento l’amarezza di aver perduto definitivamente l’occasione di avere nello scenario politico italiano un movimento politico veramente rivoluzionario, ecologista e femminista al quale dare convintamente il mio voto per affidargli le mie speranze per la costruzione di una società amica della Terra e della Natura e soprattutto le mie speranze di donna consapevole, per una reale parità di genere, dato che, nonostante le tante parole sprecate a destra e a sinistra, in Italia la situazione relativa all’uguaglianza di genere e all’educazione al rispetto di genere è pressoché rimasta al palo.
Continuano ad essere troppo numerosi violenze e omicidi di donne da parte dei loro partners o degli ex (114 nel 2017 e 20 dall’inizio del 2018), certamente provocati dalla follia, ma innescati da un concetto atavico di donna subalterna e proprietà privata che non può e non deve rinnegare e rifiutare.
Persistono le differenze di genere dal punto di vista retributivo nonostante sia stato da più fonti dimostrato che le donne già tra i banchi di scuola, rispetto ai maschi sono più preparate, veloci e con le idee chiare, sono più regolari nello studio e studiano di più, raggiungono voti più alti, compiono più esperienze internazionali e conseguono anche un maggior numero di attestati, sono maggiormente impegnate in attività di carattere sociale, nel tempo libero intraprendono più attività culturali, si laureano in numero maggiore rispetto ai maschi e con valutazioni più alte.
Ma tutto ciò poi non si trasforma in vantaggio sul mercato del lavoro dove le donne sono penalizzate rispetto ai colleghi uomini: a parità di mansione solo nel 20% dei casi le donne guadagnano mediamente di più, contro un 80% a favore degli uomini, con buste paga più pesanti tra il 15 e il 30%, e che si traduce poi anche in future differenze pensionistiche.
Personalmente con l’uscita dai Verdi ho cominciato a constatare quanta poca considerazione ci sia della donna e come non si guardi a loro come fonte di rinnovamento e di risorse da dove ripartire. Veniamo ancora usate in maniera strumentale e funzionale. In ogni ambito e nella politica, in ogni partito, comprese le forze di centro sinistra che predicano la pari opportunità di genere molto più degli altri.
Basta guardare alle ultime elezioni politiche e alle tante pluricandidature delle poche donne candidate che per la regola dell’alternanza donna-uomo hanno lasciato il seggio agli uomini dopo di loro, aumentando oltre il consentito la presenza maschile in Parlamento.
In ogni settore le donne lavoratrici devono fare i conti con l’handicap di essere donne e devono conquistarsi il loro spazio lavorando e dimostrando il loro valore il doppio rispetto ai colleghi maschi, si sa. Sei poi sei donna over 50 come me e rimani senza lavoro le possibilità di essere di nuovo assunta si riducono al lumicino.
Perché ormai, in ogni settore lavorativo, si è radicata l’idea della rottamazione dei lavoratori “anziani” a vantaggio di quelli più giovani; perché ad una certa età aumenta il rischio degli “acciacchi dell’età” e delle assenze per malattia; oppure aumenta la possibilità che tu debba assentarti per assistere un vecchio genitore; e poi… sui “social” è probabile che un lavoratore “anziano” sia meno esperto! Soprattutto in politica, dove ormai quasi tutto si trasmette attraverso di loro e dove i partiti scommettono sull’aumento dei consensi a seconda del numero dei “mi piace” ricevuti. Per poi accorgersi con lo spoglio dei seggi, che era tutta aria fritta.
E anche in questo caso, gli over 50 uomini e disoccupati sono avvantaggiati e se noi donne non faremo cambiare le cose, loro risulteranno ancora per molto tempo meno “anziani” di noi donne.
Marella Narmucci

Pubblicato in: Ambiente, Donne,
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