sostenibilitá #dallastessaparte

postato il 28 Lug 2020
sostenibilitá #dallastessaparte

Sostenibilitá. Il paese che vogliamo. #dallastessaparte Laura Cima 21/7/20

Un anno bisestile ventiventi che segna una svolta e una presa di coscienza in tutto il mondo e ci costringe a chiederci se avremo un futuro. Governi di uomini che si affidano a tecnici ed esperti, tutti maschi, e ci propinano ogni tipo di ricette che limitano la nostra libertà e condizionano pesantemente il nostro modo di vivere e lavorare, che litigano e non ci lasciano spazio, sono incapaci di spiegare perché la pandemia ci ha sorpreso quando tutti i rapporti la preannunciavano e obbligavano i governi a preparare piani di prevenzione. Catene di comando e protocolli che hanno mandato alla sbaraglio chi stava in prima linea, senza fornire loro DPI perché non si infettassero e non infettassero. RSA usati come deposito di malati covid che non trovavano posto in ospedale provocando contagi a catena e molte morti tra persone giá fragili. Capi di stato negazionisti come Bolsonaro, o cinici come Johnson e Trump, che hanno minimizzato e lasciato diffondere il contagio: i primi due si sono presi il Covid e Trump sta perdendo consensi. Ma le troppe persone che sono morte, tutte dei ceti piú poveri, delle comunità indigene, afroamericani ed ispanici, non riceveranno nemmeno giustizia postuma. Gli stati che avevano capi e presidenti donne, come la Nuova Zelanda (Jacinda Ardern è stata definita da Naomi Klein leader modello) che ha portato a 0 casi in 6 settimane, hanno saputo agire con molta piú avvedutezza e uscire velocemente dalla fase acuta. Della Cina, e delle responsabilitá nei ritardi, o addirittura nella “fuga” dai laboratori del virus, ma comunque nello spillover dagli animali selvatici, privati del loro habitat e  di cui si tollera caccia e commercio di carni, pur conoscendone la pericolositá, possiamo solo immaginare, perché la trasparenza non è certo una pratica del  suo governo. Uno dei primi punti che dobbiamo affrontare è la prevenzione dalle epidemie e l’adeguamento della sanitá, privatizzata e tagliata in nome di un debito che ora si è decuplicato. “La sanitá pubblica in Italia pesa per un 6,5% del Pil” (L.L.Sabbadini, La Repubblica, 19/7/2020) mentre Germania e Francia il 9,5%, 1,2% in assistenza contro il 2,9% della Germania, la metá degli infermieri e dei posti letto e molti meno medici. Il nostro personale sanitario, in gran parte femminile, ha fatto miracoli. Adeguare e puntare sulla sanitá territoriale e proattiva, su un “ecosistema sanitario” che interagisce con tutti noi e si dota di una efficiente medicina di genere. Testimonianze sulla nostra esperienza maturata nella fase acuta possono indicarci concretamente cosa sarebbe stato meglio fare.

Non possiamo dimenticare che anche il surriscaldamento dovuto al gas serra puó liberare patogeni: è passato sotto silenzio l’incidente avvenuto in Russia alla fine di maggio a causa dello scioglimento del permafrost: 20mila m. cubi di gasolio hanno inquinato fiumi e mar artico, e non sappiamo quali virus, microrganismi e batteri sono stati liberati dal ghiaccio che li imprigionava da millenni. Inoltre le zone dove l’inquinamento atmosferico è piú grave, come nella mia cittá Torino che aveva raggiunto il livello viola per le polveri sottili su cui pare il virus viaggi, sono state le piú colpite. Rete ambiente e clima hanno richiesto all’amministrazione Appendino un decalogo di richieste: sostenibilitá e contrasto al cambiamento climatico in tutte le politiche, Trasporto pubblico elettrico, integrato ed efficiente e stop auto, edifici sostenibili e stop a sprechi energetici, meno asfalto e piú verde, rifiuti zero, acqua pubblica, stop al consumo di suolo e riutilizzo, economia locale e stili di vita sostenibili, educazione all’ecologia. Noi potremmo dire educazione all’ecofemminismo cosi si contrasta la violenza e si insegna l’empatia. Non ditemi che è una richiesta troppo radicale: se non abbiamo il coraggio di chiamare con il nome che usiamo tra di noi ció a cui aspiriamo, lasciamo spazio al linguaggio maschile e ai suoi modelli.

I danni della crisi climatica li siamo misurando giá da tempo e Venezia, con l’acqua alta in tutte le stagioni e l’inutile Mose che ha indotto a dismettere la manutenzione tradizionale dei canali, ne è diventata il triste simbolo. Una giovane studentessa di Torino, nella prima manifestazione di FfF, il movimento lanciato dall’allora quindicenne Greta, portava il suo cartello di cartone con su scritto: nonno mi racconti com’era Venezia? Le simulazioni di cosa accadrà nel nostro paese, se la temperatura  continua ad aumentare con l’attuale ritmo, ci mostrano un terzo del territorio sommerso. Sfidiamo questo anno bisestile pensando alle nostre antenate streghe e lanciamo un progetto molto concreto di cambiamento.

Sostenibilità é la parola di speranza che Gro Brundtland, una donna dalle grandi responsabilitá politiche, riprese dalla prima conferenza ONU sull’ambiente nel 1972, e sviluppo’ nel 1987, con la pubblicazione del rapporto “Our common future”. Era l’anno dopo Chernobyl, la cui vicenda ci riporta alla grande paura dei giorni attuali ed è stata ben rappresentata in una recente serie Tv che consiglierei di vedere e discutere insieme. Anche per misurare il comportamento vergognoso del potere. Mio figlio aveva due anni e studiai come affrontare la situazione perché nulla ci facevano sapere, neppure quanta radioattività c’era sui nostri territori, nell’acqua e nel cibo, e fin nel latte materno. Mancarono informazioni indispensabili come assumere immediatamente iodio per salvare la nostra tiroide dal cesio, e tante sono state le conseguenze gravi, mai monitorate. Molte donne scesero in piazza a manifestare chiedendo la fine di scienza e tecnica irresponsabili, mai fino allora messe in discussione, e misero sotto accusa la politica. Per essere coerenti, molte ecofemministe che si erano riunite a Pescara nel convegno “La terra ci è data in prestito dai nostri figli”, dove avevano imposto la parità nelle liste a cerniera, si presentarono nelle liste verdi alle politiche del 1987. Fummo elette, ci impegnammo nel referendum per fare uscire l’Italia da nucleare, lo vincemmo alla grande e riuscimmo a contrastare ogni successivo tentativo di invalidarlo. A differenza del piú recente referendum per l’acqua pubblica che dovremmo spenderci per attuare. Cominció il nostro impegno per l’energia pulita dalle fonti rinnovabili e per il risparmio energetico. Per l’agroalimentare biologico e i parchi la difesa di foreste e boschi, lo stop alle cementificazioni e alle cave, contro la chimica inquinante, l’amianto, le fabbriche di morte, l’industria e il commercio delle armi, la caccia e il maltrattamento degli animali e tanto altro ancora la cui traccia rimane nella documentazione parlamentare. Pur essendo all’opposizione ottenemmo l’approvazione di leggi fondamentali che disegnavano un paradigma nuovo e, quando il nostro presidente Mattioli propose alcuni compromessi, ci assicurammo la maggioranza del gruppo parlamentare e costituimmo un direttivo di sole donne. La tattica maschile per riconquistare il potere fu quella di dare vita ad una lista concorrente: gli arcobaleno di Rutelli e Ronchi, che buttarono discredito sul sole che ride per costringere ad una unificazione favorita anche dalla nostra minoranza che non vide l’ora di poterci cacciare; il successivo gruppo parlamentare alla Camera fu di soli uomini. Poiché é indispensabile guidare i processi di cambiamento vittorie e sconfitte comuni vanno socializzate perché altrimenti si ripete la storia di Penelope che fa e disfa in attesa di Ulisse (L.Cima, il complesso di Penelope,Il Poligrafo)

Vogliamo lavorare per una sostenibilitá  in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri. Il concetto introdotto dalla Bruntland  nel rapporto Onu tradotto da noi “il nostro futuro comune” e, dopo la conferenza ONU su ambiente e sviluppo del 1992, è divenuto il nuovo paradigma economico. Oggi si tenta di attuare una economia circolare che non sprechi risorse e riutilizzi scarti e rifiuti. Una imprenditrice sarda Daniela Ducato, che fa parte del nostro gruppo per chiudere gli allevamenti intensivi (webinar Nel silenzio la terra si è spaccata), esperta di bioarchitettura,  produce materiale per edilizia totalmente sostenibile ed e’ una convinta eco femminista.  La sostenibilità é possibilità di autoregolazione, la resilienza e la resistenza nel loro insieme influiscono sulla stabilità dell’ecosistema. Un ecosistema in equilibrio è implicitamente sostenibile; inoltre, maggiore è la sua stabilità maggiori sono le sue capacità di autoregolazione rispetto a fattori interni, e soprattutto esterni, che tendono ad alterarne lo stato di equilibrio, esattamente come succede in quelli naturali che cercano di riparare i danni che procura loro quello antropico, portatore purtroppo di alterazioni irreversibili come quelle climatiche. Per questo l’ambiente non puó essere un punto programmatico tra i tanti ma deve costituire il fondamento del nuovo paradigma, proprio come la paritá non puó essere un adeguamento al sistema di potere maschile. Perció propongo ecofemminismo di cui e’ importante approfondire significato, esperienze e progetti.

Il concetto di sostenibilitá., rispetto alle sue prime versioni, sta quindi subendo una profonda evoluzione verso un significato più globale, che tiene conto, oltre che della dimensione ambientale, di quella economica e di quella sociale. I tre aspetti sono stati comunque considerati in un rapporto sinergico e sistemico e, combinati tra loro in modo da giungere a una definizione di progresso e di benessere che superi in qualche modo le tradizionali misure della ricchezza e della crescita economica basate sul PIL. Si misura quindi il benessere (ambientale, sociale, economico) e la qualità della vita. La pandemia sta producendo cambiamenti profondi. In questo senso appare particolarmente importante approfondire come confrontarsi e contrattare con chi governa a partire dal nostro punto di vista e dai nostri  saperi

Green deal e Recovery fund europeo offriranno nuovi lavori  e fondi per contrastare crisi climatiche e pandemiche: le donne potrebbero essere in prima fila nella ricerca, nel’applicazione di nuove tecniche, nell’agroalimentare biologico, nella protezione della biodiversitá nella salvaguardia delle foreste e nel contrasto ad allevamenti intensivi che favoriscono il salto di specie. C’è una petizione europea Halfofit, e la corrispondente al governo italiano ch richiedono il 50% dei fondi nelle mani delle donne, piú affidabili e meno compromesse con le mafie giá all’opera in tutta Italia. Dobbiamo presentare progetti corrispondenti e, quindi, ecocompatibili e di cambiamento politico, sociale culturale. Per questo dobbiamo mettere a fuoco la visione dello Stato e delle istituzioni che vogliamo, immaginando anche modifiche costituzionali che ridisegnino il patto sociale, delle cittá e dei territori accoglienti e non inquinati i cui vogliamo vivere, della sanità e dei servizi sociali, della scuola e della ricerca, del lavoro e delle professioni, dell’economia,  delle infrastrutture e delle attività produttive. Per ricercare le buone pratiche ovunque è indispensabile che il nostro movimento si allarghi e si colleghi a chi da anni sta sperimentando la sostenibilità  in ogni settore di attività, ha portato avanti ricerche, fatto tesi e studi che ci possono indirizzare. Il nostro è un progetto ambizioso ma quando metteremo insieme i nostri saperi e confronteremo i nostri lavori, pagati e non, e ci accorgeremo della forza che possiamo giocarci partendo dalla nostra esperienza individuale e collettiva.

E per chi vuole approfondire la nostra storia e cultura rimetto qui il mio contributo pubblicato recentemente da Nadia Gambilogo sulla sua rivista mediterranea:

Ecofemminismo è la rivoluzione. Abbiamo scritto un libro collettivo con le testimoni che hanno accompagnato la mia avventura politica nel dopo Chernobyl : “l’ecofemminismo in Italia, le radici di una rivoluzione necessaria, il Poligrafo”.  Avevo letto Prigogine e Stengers La nuova alleanza, Lazlo il punto del caos, Moren il metodo, e altri saggi sulla sfida della complessità, ricerca che mi aiutò nella critica a scienza e tecnica compatibili con il modello di sviluppo neoliberista, condiviso anche dalla sinistra e dai sindacati, e a capire che movimenti ecologisti, femministi, antinucleari e pacifisti stavano disegnando un nuovo paradigma che cambiava la politica e la società. Criticavo il riduzionismo meccanicista della scienza classica con ragionamento induttivo che semplifica paragonando natura, società ed organismi umani a macchine e applica le leggi della meccanica a biologia,psicologia, economia, sociologia e chimica. Per Newton il tutto è la somma delle parti. Oggi considerare le interrelazioni fa del tutto più della somma delle parti . L’osservatore non è più esterno ma parte di ciò che osserva.  Chi ci aggiorna sulle ricerche delle giovani ricercatrici ecofem con cui siamo in contatto? Dovremmo richiedere alle studentesse le tesi, che son tante, e citarle.  In questi mesi ho letto un libro di un biologo che vi consiglio: D.G. Haskell, Il canto degli alberi, Einaudi, 2018. Le reti viventi sono il luogo in cui le tensioni  ecologiche ed evolutive tra cooperazione e conflitto vengono negoziate e risolte, dice l’autore, non con la vittoria del più forte, ma dissolvendosi in un tessuto di relazioni. Dobbiamo imparare dagli ecosistemi naturali a rivoluzionare i sistemi economici e sociali. La nostra esperienza di cura, sempre svalorizzata e in genere sottopagata o non pagata del tutto, é quella che fa la differenza, che favorisce relazioni empatiche, che ci fa essere lente, profonde e in armonia.

Finalmente l’ecofem si afferma tra le giovani  e molte donne hanno imparato a tenerne conto nei propri comportamenti quotidiani. Su questo dobbiamo confrontarci, nel massimo rispetto delle nostre differenze e delle cerchie che frequentiamo, ma con l’urgenza che richiedono i drastici cambiamenti portati dal surriscaldamento della madre terra e dalla pandemia in tutto il mondo. Interrogarci su cos’è per ognuna di noi ció che è necessario oggi: i movimenti e le iniziative che riguardano la decostruzione delle relazioni di potere, di dominio, di colonialismo ci collegano a coloro che criticano il modello di “sviluppo” e fanno della crisi ecologica, la pace e la non violenza un asse centrale. Ma l’’ecofem è anche molto altro. Riemerge oggi più forte, ispira e anima interrogativi come l’abolizionismo della prostituzione, il parto naturale e il contrasto a uteri artificiali o in affitto (oggi si cercano madri surrogate all’estero ma qualcuno comincia a richiedere che sia possibile anche da noi), per un ritorno agli antichi saperi (dalle proprietà di erbe e vegetali alle pratiche di manutenzione di lagune, colline e boschi),per comunità capaci di non consumare risorse naturali depredando ecosistemi ma praticando un’economia circolare.

Françoise d’Eaubonne nel 1974 profetizzava in” Femminismo o morte”:  “È urgente denunciare la condanna a morte (…) dell’intero pianeta e della sua specie umana, se il femminismo, liberando la donna, non libera l’intera umanità, cioè non strappa il mondo dall’uomo di oggi per trasmetterlo all’umanità di domani “… “il dramma ecologico deriva direttamente dall’origine del sistema patriarcale”, con l’appropriarsi degli uomini dei corpi delle donne. In pieno femminismo creó il gruppo Ecologia e femminismo all’interno del Movimento di liberazione delle donne e diede origine all’ecofemminismo”. Molti contributi di questa “controcultura” sono venuti poi dalle donne del Sud del mondo, da Vandana Shiva, Arundathi Roy, Bina Agarwalin India a Wangari Maathai, Shanysa Khasiani e Esther I. Njiro in Africa. Abbiamo valutato positivamente l’accesso delle donne a lavori tradizionalmente maschili e alle responsabilità nel mondo degli affari e della politica ma raramente denunciamo il modello di potere e di sviluppo di cui entriamo a far parte da sottomesse  e raramente da protagoniste. Questo femminismo è compatibile con il liberismo economico in cui le donne  costituiscono il 70% dei poveri del mondo. Petra Kelly, fondatrice dei green e del movimento antinucleare e non violento, vittima di femminicidio del compagno e dell’emarginazione del partito da lei fondato ci ha anticipate negli anni 80 e la sua vita è stata raccontata da Valentina Cavanna in un bel libro che ha il suo nome come titolo. .Nel 1992, i movimenti delle donne e delle femministe hanno elaborato la “Agenda 21. Piano d’azione delle donne”, un testo abbastanza radicale che includeva problemi di salute, clima, energia, pace e sicurezza, ecc.  A livello internazionale, l’adozione di un piano d’azione “Genere e clima” al Cop 23 nel 2017 non ha prodotto finora molti effetti. Cop25 del dicembre 2019 a Madrid, con la presenza di Greta Thunberg,con capo negoziatrice Teresa Ribera, ministra dell’ambiente spagnola, è purtroppo fallito. Licypriya Kangujam, una giovanissima indiana del Rajastan, manifesta ogni giorno da quando aveva 6 anni. A Dely ci sono 810 mc/m3 di CO2 invece dei 25 dichiarati tollerabili da Oms.

In molte parti del mondo,  le ecofem hanno pagato un prezzo elevato perché affrontano sia il sessismo sia il capitalismo. Molte di loro sono state uccise, come la giornalista maltese Daphne Galizia per aver denunciato per corruzione il governo,  o come l’attivista indigena Berta Flores Càceres, uccisa il 3 marzo 2016 a Esperanza, Honduras. Poco prima aveva testimoniato: “Nella lotta contro la privatizzazione dei fiumi, la difesa delle foreste e contro le multinazionali, le donne erano la maggioranza. Ciò provoca minacce alle nostre vite e alla nostra sicurezza fisica, emotiva e sessuale, minacce contro i nostri figli, la nostra famiglia. Dicono che siamo prostitute, streghe, siamo pazze. Abbiamo lavorato a livello nazionale e internazionale e ottenuto vittorie. Ad esempio, la ratifica da parte dell’Honduras della Convenzione 169 sulle popolazioni indigene. Siamo riuscite a ottenere i titoli di proprietà sulle terre della comunità, per creare comuni aborigeni “.

 Vandana Shiva, ecofem nota per la sua lotta per l’agricoltura contadina, in molte interviste sottolinea che questo ruolo delle donne è legato al posto che hanno nelle società: “Le donne di Chipko non sono cresciute perché hanno dato la vita ma perché erano responsabili del cibo e dell’acqua! La divisione del lavoro ha lasciato le donne nell’economia della cura, che è stata trattata per decenni come una non economia. L’oppressione delle donne e della natura è lo stesso processo. Dobbiamo quindi rivolgerci a un pensiero che libera la natura, che difende l’idea che la natura è viva, intelligente, con le proprie capacità organizzative … L’uomo deve essere consapevole della natura, ma anche del sapere di donne, altre culture, piccoli agricoltori, sono in grado di diffondere questo pensiero.”

Oggi gruppi più giovani stanno lavorando sul legame tra sfruttamento delle donne e sfruttamento industriale degli animali: esiste un ecofemminismo “anti-specista” o vegano. Queste sensibilità sono anche una questione di generazioni  come vidi due anni fa a Bologna in un bel convegno ecofemminista di Arcilesbica e come registrai nel laboratorio Arcigay transfemminista a cui sono stata invitata.

La biologa Rachel Carson,  è stata una delle prime a denunciare l’inquinamento da pesticidi.  Il suo libro “Primavera silenziosa”, pubblicato nel 1962, ha portato al divieto del DDT: “Abbiamo permesso che queste sostanze chimiche venissero utilizzate senza interrogarci sui loro effetti sul suolo, sull’acqua, sugli animali selvatici e sulle piante, sull’uomo stesso. Le generazioni future probabilmente ci rimprovereranno di non prestare più attenzione al futuro destino del mondo naturale, da cui dipende tutta la vita “Le ecofemministe sono contro il sistema di potere che lavora per mercificare tutto, per mantenere una classe sociale predatrice e una”mascolinità egemonica” (competizione, ciascuno per sé, insensibilità a chi è in difficoltà, criminalizzazione dei più precari, e degli stranieri) e un “marketing di genere” basato su stereotipi legati alle presunte differenze tra “femminile” e “maschile” per vendere di più-

Dagli anni 80 sono cambiati i comportamenti, da quelli alimentari al diffondersi dell’antispecismo e del rispetto della natura, ma in Italia non è facile rintracciare una continuità nella rappresentanza istituzionale a differenza di altri paesi europei in cui recentemente molte ecofemministe sono diventate cape di governo, sindache e responsabili politiche. L’esperienza delle elette nei Verdi a poco a poco si spense sotto il contrattacco maschile  a partire dagli uomini delle Liste Arcobaleno che schiacciarono l’esperienza del Sole che ride, invadendo il campo ecologista naif della prima ora, imponendo allo stato nascente di movimento, che si era definito arcipelago, una strutturazione tradizionale di partito e cacciando le donne dal parlamento. Nel dicembre del 1989  chiarivo al convegno degli Arcobaleno la differenza femminile confutando una frase di Gianni Tamino – che aveva affermato «Dobbiamo rimettere l’uomo all’interno della natura» – in questo modo:

“Io dico che dobbiamo rimettere l’uomo e la donna all’interno della natura e non dico una cosa formale, ma di sostanza. Sono molto contenta di essere capogruppo in un direttivo di sole donne perché oggi è molto importante agire a livello simbolico […] la grossa novità ecologista è l’affermazione di un pensiero circolare, e quindi squisitamente femminile, su un pensiero maschile lineare, dominatore della natura, della donna e dei più deboli, su un modello di struttura della società piramidale con al vertice il maschio bianco. Un ordine di pensiero maschile che ha le sue radici nella filosofia cartesiana della conoscenza si sta sgretolando: dall’uso di un linguaggio neutro alla separazione tra corpo e mente, tra irrazionale e razionale, tra soggetto e oggetto, tra natura e cultura. Si afferma un pensiero che spezza le sfere chiuse, che si arricchisce delle differenze, che parte dalla singolarità, dalla temporalità e dalla località cercando le connessioni, per poi separare diversamente quando è necessaria la chiarezza. Il processo della conoscenza si fa complesso, attraversa sentieri che si intrecciano e si ricompongono. è una novità che trova poi forme organizzative dirompenti come la sfida che stiamo giocando di essere arcipelago che sta nelle istituzioni senza trasformarsi in partito.

Nel convegno Fiore Selvatico avevamo ricordato Carolyn Merchant, con il suo invito a non scavare nel grembo rtodella terra con il metodo proposto dalla scienza e tecnica maschile; il premio Nobel Barbara McClintock, con il suo invito ad ascoltare ciò che le cose hanno da dire, che ci avevano fornito la base della nuova ricerca;  Hannah Arendt,che ci aveva insegnato il valore della politica;  Luisa Muraro con il pensiero della differenza era in sintonia con il pensiero ecologista sul concetto del limite: «L’umanità è due. Uomo  e donna sono differenti e non complementari, sono due assoluti che si limitano». Sosteneva che le donne, escluse dal patto sociale, non possono credere di avere diritti. Silvia Federici,  ha dato una prospettiva femminista alla transizione tra feudalesimo e capitalismo:”l’instaurazione di questo sistema economico e politico è la loro più grande sconfitta storica: vengono portate fuori dal mondo del lavoro (artigiane, contadine, mediche …) e rinchiuse a casa per fare bambini al padre”. Questo è il momento dell’inizio del processo di privatizzazione dei beni collettivi, del colonialismo e della schiavitù, della caccia alle streghe.

Lo sfruttamento del lavoro domestico non pagato delle donne, così come la violenza sessuale, è la base del sistema patriarcale che organizza il dominio e la disuguaglianza. Per Francoise d’Eaubonne, la “demografia galoppante” era il prodotto della cultura patriarcale senza limiti, anche caratterizzata dalla crescita economica perpetua, dallo sviluppo insostenibile.  Da allora, siamo passati da 4 a 7 miliardi di persone. E oggi le donne in Italia non fanno più figli anche se al potere non sono.

Concludendo voglio ricordare Laura Conti che, intervistata da Ipazia, via Dogana, nell’88 diceva: faccio scelte per amore della terra e del sistema vivente e così sto meglio. I miei amici sono quelli che fanno altrettanto e i miei nemici quelli che inquinano e sfruttano.

Care amiche che ho reincontrato ieri al webinar di #dallastessaparte e le tante giovani che ho ascoltato con interesse, non pensate che dovremmo riappropriarci tutte di questa cultura che in Italia é rimasta ai margini e che nessuna forza politica oggi rappresenta. Intanto vi ringrazio se vorrete fare avere qui i vostri commenti. E poi, appena verrá formalizzato il gruppo sostenibilitá, chiederei di cominciare subito a conoscerci meglio e a socializzare le nostre esperienze e le buone pratiche a cui abbiamo partecipato, a denuniare i problemi concreti e a capire che poposte possiamo avanzare. Se vogliamo presentare al governo Italiano progetti per il recovery fund, dobbiamo avanzarle ora. Sarebbe utile raccogliere firme sulla petizione che abbiamo promosso in tante italiane per Halfofit su Change org.

Pubblicato in: Ambiente, Donne, Istituzioni, Lavoro, politica,
Commenta

Lascia un commento