C’è bisogno di un nuovo pensiero per non annegare

postato il 18 Ott 2011
C’è bisogno di un nuovo pensiero per non annegare

L’afasia incalza di fronte ai deja-vu che ci rincorrono da ogni parte, manca anche la voglia di ridiscutere di non-violenza dopo domenica e in vista della prossima manifestazione in Val-Susa, del corteo negato a Fiom, delle donne uccise dai loro compagni, della parola negata dall’arroganza di chi ritiene di avere anche solo un briciolo di potere. Quali le cause di questa anomalia italiana che permette a una classe dirigente politica, spesso vergognosa nei suoi comportamenti, immorale e ignorante, di restare al potere, ad un’opposizione di frantumarsi continuamente e non significare più, non solo di non agire per far cadere una maggioranza delegittimata da tutti, anche da confindustria,dalla Banca d’Italia e dalla BCE, dalla CEI, ma proprio di non riuscire ad esserci nemmeno quando scende con grandi numeri in piazza?
La crisi del modello occidentale di politica e di sviluppo si vede ovunque, ma la crisi italiana ha un che di grottesco che si ripropone in modo sempre più drammatico. I cattolici dell’associazionismo solo maschi in questi tavoloni, si trovano per rifondare la DC? Quali parole nuove? Quali persone nuove, quale associazionismo?
Come non annegare nel disgusto, nella noia quando va un pò meglio. Dove trovare spiragli in cui riconoscersi, spazi in cui prendere la parola ed agire, certi e certe di fare parte di una forza di cambiamento collettiva che supera le inadeguatezze e le solitudini individuali?
Mi aggrappo a chi tenta di esprimere un pensiero, a chi ne propone la discussione insieme all’azione e a nuovi modi di relazionarsi, a chi non si accontenta del meno peggio, a chi non pratica la politica dell’oblio e ricordo a tutte le mie sorelle, anche le più giovani che quella degli uomini non è l’unica politica possibile. Che per responsabilità oggi bisogna uscire subito dal silenzio, dai comportamenti gregari o complici, dalla seduzione del potere nelle forme in cui ci invita a partecipare. Anche il potere dell’opposizione. Di chi gestisce comitati.
Abbiamo un sapere storico che dobbiamo giocare senza esitazioni e con una grande autonomia.
Ecco alcune linee di pensiero emerse dal convegno Politiche in-differenti di Torino del 30 giugno, promosso da CIRSDE, LABORATORIO POLITICO, CENTRO STUDI PENSIERO FEMMINILE. Le discuteremo giovedì ore 1745 a TORINO in C.so S.Maurizio 6:
” Desiderio e passione politica, muovono le donne e determinano il peso del loro impegno.
Qui si misura la profonda differenza con gli uomini, ma anche le differenze tra di noi che determinano l’adesione a questo o a quel progetto politico. Differenze che vanno valorizzate per non creare sterili contrapposizioni, differenze che determinano relazioni importanti.
Quindi le domande di premessa che dovremmo farci individualmente e soprattutto collettivamente, quando ci attiviamo in politiche prime e seconde sono: quale desiderio ci muove ( es per uscire da isolamento, per definirci quale ruolo, per affermare e difendere quale bene comune, per ottenere quali obiettivi, per mettere a fuoco quali idee, per agire rispetto a..) e su quale progetto puntiamo, contando su quali reti, relazioni e differenze.
A differenza dell’ impegno politico maschile, che fa riferimento spesso alle sfere del dovere, della fatica e dell’affermazione di sé in un sistema piramidale e di clan che tende ad escludere, noi portiamo il piacere della passione politica fondata su relazioni e reti., sulla curiosità che aiuta ad elaborare il pensiero e sono convinta che il dejà vu, lo scontato del pessimo nel sistema politico odierno, spinga i giovani a rivolgere la curiosità da altre parti, pittosto che verso “la Buona Politica per il bene comune”.
Cristina ci mette in guardia dall’inganno e dall’ineluttabilità del meno peggio che ci ha portato alle urne a fare scelte che non ci convincevano, e dal pragmatismo che riduce la politica, che utilizza sintesi che svalorizzano il pensiero e la ricchezza delle differenze. Ci mette in guardia dall’azione decostruttiva della politica dell’oblio verso il femminismo, un revisionismo che ci porta a sottrarre valore. Negare l’altra è la morte della politica delle donne quando si parla in nome, sopra, al posto dell’altra mentre è meglio parlare accanto, con, insieme. Tacitare il dissenso disconoscendone la funzione etica è un modo per negare l’altra. Come riusciamo ad agire il dissenso? L’atteggiamento relazionale e non autoreferenziale può aiutarci con l’investimento in tre ghinee rinominate: resistenza per contenere le derive della soggettività, per esperire il dissenso, e per l’attuazione e realizzazione delle condizioni per poter fare politica autonoma. La polis delle donne esiste dentro una relazione significativa e con l’eredità della narrazione: narrare l’altra per darle esistenza, io esisto se qualcuna mi racconta e sa delineare il disegno della mia vita, se depotenziamo il rapporto con il potere, per non esserne sedotte nelle forme in cui ci vorrebbe accogliere, guadagnando il centro della politica con l’agire politico che ci appartiene.”
All’indomani della caduta del muro di berlino impotizzavo sulla rivista Reti due scenari possibili con lo sgretolamento dei modelli di conoscenza e di organizzazione dell’homo faber: il primo in cui le donne si assumono ruoli di responsabilità e direzione del processo per ridisegnare un ordine sociale a misura di donna e di uomo. Il secondo in cui alle donne manca il coraggio, prevalgono la “sicurezza della con-fusione” e “la cuccia calda dell’appartenenza”, la litigiosità maschile restaura un clima da resa dei conti e da blocchi contrapposti. Nel nostro paese purtroppo è prevalso questo secondo scenario e, come prevedevo, “le donne prendono le distanze o restano all’interno di divisioni maschili senza significare più nulla”.
Vorrei invece che ci muovessimo convinte verso il primo scenario perché, citando il Talmud: “Se non sarò per me, chi mai sarà per me? Ma se sarò solo per me, chi mai sarò? E se non ora quando?

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