Donne e migranti per l’Europa e il mondo

postato il 25 Nov 2021
Donne e migranti per l’Europa e il mondo

Come sempre il 25 novembre mi rifiuto di celebrare l’uccisione violenta e gli stupri di tante sorelle che continuano impuniti ogni giorno nel nostro paese e nel mondo. Le loro ferite e il loro dolore sono tutte in me e, quotidianamente, da una vita, con le mie compagne ecofemministe di strada e di rete, grazie alle tante attiviste che operano nei centri antiviolenza mistrattati e mai ascoltati e finanziati come si dovrebbe, tentiamo di rovesciare il paradigma patriarcale che le ha sollecitate e permesse e lo sviluppo predatore e insostenibile che ha distrutto le risorse e le specie della terra per assicurarsi potere e ricchezza. Ma come dicono le giovani leader di FFF, non ho intenzione di dare spazi a bla, bla, bla, né di uomini né di donne, perché non c’è più tempo. Violenze, guerre, catastrofi climatiche incalzano e i confronti, scontri, petizioni e appelli in rete non mettono in primo piano i corpi che ne patiscono e le relazioni che possono guarire e riportare speranza.

Da oggi proponiamo anche qui e in ogni territorio un governodilei. Oggi lo faccio con tre donne molto diverse tra loro: la storica Luisa Passerini e il suo lavoro con le donne per l’Europa, la corrispondente di guerra Barbara Schiavulli e i suoi incontri con le donne perseguitate nel mondo e l’amica Roberta Ferruti con le migranti e le attiviste che le accolgono. Un lavoro concreto da cui ripartire per affermare il cambiamento. Non basta denunciare e siamo stanche di chiedere: dobbiamo costruire insieme.

In una Europa che avrebbe un ruolo centrale per le scelte rispetto a pandemia, progetti green e protagonismo delle donne a partire da Ursula Von der Leyen e la sua commissione paritaria, si è affermato purtroppo il criterio del respingimento dai confini del Mediterraneo, dell’est e del nord (è di ieri la morte di migranti nella Manica) che sta affossando tutti i principi relativi ai diritti umani, alla democrazia, alla solidarietà e all’accoglienza su cui è nata. Un vizio politico sempre più grave che si origina dal non aver dato seguito all’intuizione di un’altra Ursula, la Hirschmann che, moglie di Colorni e poi di Spinelli, protagonista del movimento Federalista Europeo cancellata dalla storia e dalla politica maschile, nel 1975 fondò Femme d’Europe, che si basava sull’autoriconoscimento femminista.

Luisa Passerini, con il CIRSDe, ne ha promosso una giornata internazionale di confronto l’anno, a partire dal 2007, l’anno europeo per le pari opportunità per tutti, perché il pensiero di Ursula “è ancora ispirazione per noi oggi, in quanto vogliamo condividere e aprire alla pluralità l’autodefinizione di europee. Per le donne di quel gruppo l’europeità non era una scelta compiuta su basi ideologiche, anzi era relativamente indipendente dalle convinzioni politiche e si basava su una passione che collegava il privato e il pubblico implicando un investimento emotivo. Il contributo delle donne all’Europa unita, sia quello già dato sia quello possibile, è ancora insufficientemente riconosciuto e valutato”.

Le lezioni promosse da Luisa “intendono essere uno stimolo per il riconoscimento e la valutazione di un’Europa in una prospettiva transculturale” e femminista,  base di rilancio delle politiche europee delle donne, che superi la stagione delle pari opportunità europee che non ha aperto a un pensiero delle donne sull’Europa capace di cogliere i limiti della politica europea degli Stati e l’incapacità di superare un eurocentrismo diventato obsoleto rispetto alla complessità della globalizzazione.

Siamo ancora molto lontani dalla concreta realizzazione di una società in cui dal dialogo interculturale nasca un approccio nuovo che sostituisca ad esempio le politiche di integrazione con quelle di inclusione, che estenda il principio delle pari opportunità dal mondo del lavoro alla cittadinanza attiva, che sottragga le categorie più deboli alla schiavitù della dispersione scolastica e della criminalità organizzata, che garantisca solidarietà e dignità alle immigrate ed agli immigrati di paesi ‘terzi’ così come le immigrate e gli immigrati europei (che, all’inizio dei grandi movimenti migratori, provenivano in Italia soprattutto dal Piemonte, dal Veneto e dal Friuli, le regioni dove oggi alligna il virus dell’intolleranza e del populismo) aspettavano solidarietà e dignità quando erano costretti a lasciare il loro paese e le loro famiglie.

Altiero ed Ursula avevano deciso di dedicare gli ultimi anni della loro vita eccezionale per scrivere le loro ‘vite parallele’, separati fino al 1943 e poi insieme nell’amore e nell’impegno federalista. Ursula ci ha lasciato una breve ma intensa autobiografia interrotta dalla malattia che l’ha colta all’inizio della sua nuova avventura dedicata alle donne d’Europa Noi, senza patria. Ursula aveva ripreso con convinzione il concetto di déraciné, sradicato, per gli europei erranti come lei che, perseguitati perché ebrei o antinazisti, avevano ‘cambiato più volte di frontiera che di scarpe’ e su questo fondava il suo federalismo Nel 1976 il gruppo di Ursula, formato essenzialmente da mogli di politici europei, organizzò un convegno sulla costruzione dell’Europa e il suo significato per le donne, e una delle componenti, Fausta Deshormes, avviò il periodico Femmes d’Europe con il patrocinio della Commissione Europea. Venne anche creato un premio con lo scopo di rivalutare le madri dell’Europa, invece di insistere soltanto, come accade ancora oggi, sui ‘padri fondatori’.

Luisa Passerini sceglie cinque donne europeiste, tra l’Ottocento e il Novecento, di cui racconta la storia nella prima giornata: “Marthe Bibesco prendeva avvio dall’Europa delle teste coronate e dei grandi politici, pur difendendo gli strati contadini e i piccoli stati; Margaret Storm Jameson era fedele al federalismo liberale e al pacifismo; Milena Jesenska era stata comunista, ma poneva al primo posto la difesa degli oppressi e dei perseguitati, anteponendola a ogni ideologia; Ursula Hirschmann era stata marxista, come ricorda la sua citazione sul non aver nulla da perdere salvo le proprie catene dall’Europa federata, ma in seguito ebbe un’evoluzione intellettuale e politica verso il socialismo radical-liberale; Giorgina Levi prese avvio da posizioni di ispirazione sionista per diventare marxista e si iscrisse al Partito Comunista Italiano nel secondo dopoguerra. Tale ampia gamma di posizioni ci invita a evitare l’illusione ideologica che le donne, comprese le europeiste, costituiscano un insieme coerente dal punto di vista politico. Il sentirsi europee era per tutte loro non una scelta esterna o ideologica, ma qualcosa di profondamente sentito. Tutte svilupparono un’identificazione con l’Europa sulla base di una passione che collegava il privato e il pubblico, intesi come le emozioni private e la realtà quotidiana da un lato, e la realtà politico-sociale dall’altro, e implicava un forte investimento affettivo”.

Sono poi presentate altre grandi pensatrici europeiste da Laura Boella: Hannah Arendt, Maria Zambrano e Simone Weil. Ferdinanda Contri, già vicepresidente della Corte Costituzionale, racconta della Corte di Strasburgo.

Tanti altri contributi fanno di queste giornate, e dei seminari che le hanno precedute, un punto di partenza importante per riflettere sulle donne che hanno contribuito a definire l’Europa e costituiscono la premessa per affrontare i problemi europei di oggi da un punto di vista di genere.

Ieri è stato presentato al CIRSDE il secondo libro che raccoglie questo lavoro di anni e si è aperta una nuova fase di confronto ricordando due nomadi di epoche diverse, Maria Zambrano e Agnes Heller, costrette a lasciare i loro paesi, che con grande nostalgia attraversano l’Europa e il mondo, interconnettendo nella loro storia, nelle loro relazioni e nel loro pensiero dolore, delusioni e speranze. Lo fanno esplorando lotte e contrapposizioni a livello nazionale, europeo e globale. Ecco la locandina e gli atti: https://www.cirsde.unito.it/it/eventi/donne-leuropa-femmes-pour-leurope-0 https://www.collane.unito.it/oa/items/show/1#?c=0&m=0&s=0&cv=0

Il CIRSDE di Torino ha espresso la volontà di continuare questo dibattito partendo dalla domanda: cosa possiamo fare nella nuova fase europea, appiattita su scelte etnonazionali e populiste. Come possiamo decostruire e ricostruire portando alla luce il passato coloniale, costantemente rimosso? liberarci da muri e barriere, smettere di pagare i carnefici libici e il dittatore turco per contenere le inevitabili ondate migratorie? Per liberare la memoria e le esperienze di donne e migranti che, solo loro, possono realmente cambiare il paradigma attuale. Luisa Passerini, Laura Boella e Rada Ivekovic, ieri hanno fatto emergere dalle loro relazioni moti spunti che riprenderemo.

Un altro incontro a Torino, promosso dal Movimento Federalista europeo al Polo del novecento, su cui ho scritto un articolo che sta per essere pubblicato  da Prima le persone sul sito rinnovato, mi ha fatto approfondire la conoscenza di una reporter di guerra che seguivo da tempo: Barbara Schiavulli, corrispondente di guerra su tutti gli scenari mediorientali e mediterranei, appena tornata dall’Afghanistan. Abbiamo ancora negli occhi le terribili immagini dell’evacuazione da Kabul dopo in ritiro Usa e Nato, e la fuga del capo del governo, Il sangue e i morti straziati, 182 quasi tutti civili, molti feriti gravi, alcuni calpestati dalla folla terrorizzata che fuggiva urlando dall’attentato dell’Isis, i bambini uccisi con quelli che stavano nella casa bombardata, per vendetta e per sbaglio, dagli Usa quasi subito con un drone. Sentire raccontare ora, che nessuno ne parla più, come si viveva in giugno a Kabul, quasi un modello occidentale, e come tutto è precipitato in pochi giorni. Il racconto di una protagonista che ha vissuto sulla pelle il terrore di quelle due settimane di calca per salire sugli aerei e salvarsi, mi ha di nuovo travolta. Barbara è ritornata appena ha potuto per documentare come si vive ora là ed è in Italia da non molti giorni. Sentirla parlare delle donne, dei bambini, degli artisti, delle sportive e degli afgani continuamente alla ricerca di libertà e della dignità e sempre calpestati e torturati da tutti quelli che hanno tentato di impadronirsi di questa terra splendida, mi commuove e mi fa ricordare quando, con una delegazione della Commissione Esteri, siamo scesi a vite su Kabul sul C130 per evitare i proiettili, quando ho incontrato le ministre del primo governo Karzai che stavano riaprendo le scuole per le bambine, assumendo donne che lavorassero nelle  vallate per portare avanti la loro liberazione dai clan di anziani che governavano nelle valli, quando ci muovevamo nella città e appena fuori senza uscire neanche con un piede dal sentiero segnato per evitare le bombe su cui saltavano i tanti bimbi che Gino Strada curava se non morivano.

Cercate i racconti di guerra sul sito Radio Bullets di Barbara che era là, e che denuncia i grandi vizi dell’informazione nel nostro paese: “Il mio sogno era fare la giornalista di guerra, poi ho scoperto che non si fa, lo si diventa…se nasci in un paese normale e sei bravo, tutto è possibile. Se invece hai creduto fosse importante restare in Italia, capisci ben presto che è solo presuntuoso pensare che essere bravi, impegnati e onesti e non fortunati, basti per entrare in un giornale” …”in questo paese dove credevo che se fossi stata abbastanza brava, mi si sarebbero spalancate le porte dei giornali, a mie spese ho imparato che non è così. In questo paese dove gli esteri contano sempre meno nei giornali per me e chi è come me, orfana di raccomandazioni e non disposta a svendersi per due lire, noi siamo fuori. O forse fuori sono loro, quei direttori che non si accorgono di quanto abbiamo bisogno del mondo che ci circonda e di raccontarlo come si deve. E delle donne afgane dice: ”spazzate via. Tolte di mezzo. Non serve uccidere per cancellare un genere: basta ordinarlo, basta spaventare, basta decidere scientificamente che deve scomparire. E i talebani lo hanno fatto. Sono arrivati come un uragano previsto, ma al quale nessuno è stato in grado di prepararsi. Una catastrofe umanitaria, un virus sociale per il quale non c’erano vaccini. Si guardava l’inesorabile senza volerlo vedere, si sentiva il pericolo che arrivava senza volerlo accettare. E dopo vent’anni… si torna indietro di vent’anni, o forse di secoli: quando il buio era quello delle anime, quando le donne erano streghe, quando la musica era il male e quando pensare era ribellione. L’Afghanistan oggi è questo: il paese degli ultimi due decenni e il dopo, con quel maledetto 15 agosto che più di un ferragosto è stato un’epifania. La fine simbolica dell’egemonia occidentale sul resto del mondo. La fine dell’emancipazione delle donne afghane, la fine del giornalismo, dei diritti umani, della scuola , dell’arte e della Storia. La fine di una società civile appena nata che ancora si nutriva di lotta, speranze, sogni.”

Racconta come ha aiutato a salire su uno degli aerei della speranza alcuni de150.000 afghani fuggiti dal paese perché in qualche modo legati agli occidentali o in estremo pericolo di vita. Ma per tanti usciti, 100 volte tanti sono rimasti e tutti avrebbero diritto a una seconda possibilità, anche attraverso l’Uzbekistan e il Pakistan: “l’impotenza di non poter più salvare nessuno pesa come un macigno. Perché la politica si è svegliata un momento nel torrido cielo di agosto e poi si è spenta, si è spenta sulla vita della gente, tra le beghe di casa che sovrastano, forse per convenienza, il dolore degli altri.”

Naturalmente tutti i fondi FMI sono bloccati in attesa che la comunità internazionale riconosca l’attuale governo talebano. I talebani raccontavano che non avrebbero più prodotto ed esportato oppio e invece si è quadruplicata la produzione e hanno anche imparato a raffinarlo trasformandolo in eroina. Il paese possiede litio con un valore, secondo l’Economist di tre trilioni di dollari che fanno gola. Il ritiro precipitoso dell’esercito americano dall’Afghanistan ha indebolito enormemente Biden, gli USA e la Nato. Non rappresenta solo un nuovo passo del governo degli Stati Uniti verso la sua rinuncia a svolgere il ruolo di gendarme del mondo venti anni dopo la campagna del presidente Bush contro i talebani dopo le Twin Towers, e diciotto anni dopo l’invasione dell’Iraq e l’uccisione di Saddam Hussein. Gli Usa hanno perso tutte le guerre dal tempo del Vietnam. La guerra è costata agli USA 2.3 trilioni di dollari, 46.000 morti civili e 2.400 soldati americani e molti di altri contingenti. Lo spostamento del centro di gravità della strategia globale americana dall’Atlantico al Pacifico e la competizione con la Cina è diventata la massima priorità. La nuova alleanza USA, UK e Australia (Aukus) è destinata a contrastare la Cina. Ci sono sfide globali, come i cambiamenti climatici e la pandemia che minacciano la continuazione della vita sul nostro pianeta, e che richiedono un’azione immediata, tantopiù dopo la delusione per la Cop26. L’UE potrebbe avere un ruolo basato sulla cooperazione e sulla reale conversione ecologica ora che Russia ed Eurasia sono in difficoltà e necessitano una urgente riconversione produttiva. Non possono continuare ad usare ed esportare solo gas e petrolio. Il continente africano può industrializzarsi usando solare e eolico e mantenere anche le tradizioni agricole e di allevamento senza passare a quelli intensivi. L’Europa dovrà decidere velocemente e unitariamente la sua politica estera, e l’Italia dovrà smettere le beghe interne e gli schieramenti sulla vaccinazione e su qualunque altro tema spostando l’interesse su ciò che succede nel mondo. Impegniamoci anche noi a fare pressione politica e a prendere iniziative al riguardo.

L’ultima ecofemminista è Roberta Ferruti che continua da anni ad accogliere migranti e a convincere sindaci a dare loro casa e lavoro. Il suo libro “Una storia scritta con i piedi“, edito da Re.co.Sol, associazione fondata da una storica attivista della Val Susa, Chiara Sasso, è diventato un manuale pieno di storie, testimonanze, indicazioni e suggerimenti che bisogna leggere e usare.

Buon lavoro a tutte noi.

panchine rosse a Trento Gardolo, vicino a casa mia

Pubblicato in: Diritti umani, Donne,
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