Formare cittadine e non suddite

postato il 28 Apr 2015
Formare cittadine e non suddite

Formare cittadine e non suddite.

L’incontro con l’europarlamentare Soraya Post, eletta del partito svedese Iniziativa Femminista, e con Kristin Tran, fondatrice dieci anni fa, quando aveva diciannove anni, dello stesso partito, mi ha entusiasmato e mi ha anche aperto una prospettiva molto concreta in cui muoverci. Noi che le aspettavamo e organizzavamo l’incontro con molta curiosità e un crescendo di partecipazione di tutte le realtà associative torinesi, avevamo creato un luogo apposito per riunirci, con un nome che suonava quasi come una sfida: rappresentanza femminista.

Quel nome esprimeva un desiderio irrealizzato. Il confronto sulle quote, quel 50/50% ottenuto dai sindaci “arancioni” in cambio dell’appoggio delle elettrici che li hanno sostenuti, ai tempi della vittoria dei referendum, non aveva di fatto prodotto cambiamenti significativi della politica amministrativa in favore delle donne. Avevamo dato vita a un confronto serrato tra Torino, Milano e Genova ed erano emerse molte considerazioni interessanti che vanno recuperato e rilanciate,  con l’entusiasmo con cui molte associazioni e donne singole, anche molto giovani, si erano impegnate in tavoli tematici, per fare proposte concrete alle giunte. Un sapere maturato nell’esperienza che va diffuso e confrontato in tutta Italia. Ma il bilancio a metà mandato aveva messo in risalto ben pochi risultati. A Milano nulla sui temi salute, istruzione, lavoro, spazi urbani. La controparte delegata dal sindaco, una donna autorevole senza deleghe e senza potere che lo rappresentava nei vari confronti politici con le donne, più di un aiuto si era rivelata  poi un filtro che impediva il confronto diretto con il sindaco. A Genova e a Torino non si vedevano risultati concreti. Ultimamente una delibera nella mia città, sollecitata da SNOQ, che obbliga l’amministrazione ad usare un linguaggio di genere, è l’unico risultato visibile che Fassino può vantare, perché le condizioni di vita delle donne sono complessivamente peggiorate, a partire dai servizi sociali, mense scolastiche, trasporti.

L’unica cosa che si è riuscite a strappare a Pisapia  è la casa delle donne, un obiettivo da anni settanta del novecento, quando le donne avevano urgenza di spazi separati per incontrarsi, invitare altre al confronto, elaborare obiettivi. Nella mia città eravamo tutte giovanissime quando abbiamo occupato il manicomio femminile appena chiuso, a seguito delle lotte iniziate da Basaglia,per ottenere la casa delle donne.

Era il tempo delle occupazioni: Torino, città operaia dove lo scontro di classe era più duro e l’immigrazione dal Sud più massiccia, il movimento era molto politicizzato e contravveniva ai dictat delle teoriche più radicali, raccolte intorno alla Libreria delle donne di Milano, che sostenevano la totale separazione dalla politica mista, anche la non partecipazione alle lotte per il divorzio e l’aborto.

Noi eravamo sempre in prima fila ma, soprattutto,  praticavamo da subito i nostri obiettivi. Volevamo i consultori per la nostra salute e per i nostri diritti? Occupavamo locali  in tutte le zone della città, compresa La Falchera, quartiere poverissimo di recente immigrazione,  e li autogestivamo: pratiche di self-help, autocoscienza sulla sessualità,pratiche anticoncezionali,  aiuto a chi doveva abortire, ancora clandestinamente. Ci davano l’aborto ma con un metodo pericoloso come il raschiamento?Occupavamo il S.Anna, la clinica più grande d’Europa e imponevamo il metodo Karman e il rispetto per le donne ricoverate con assemblee continue a cui partecipavano infermiere e medici, ginecologhe e primari, pazienti e attiviste. Si discuteva come doveva essere una medicina al servizio delle donne. Così come nel Sessantotto si erano occupate scuole e università e messi sotto torchio i baroni.

Se guardiamo alla nostra storia e alla nostra  esperienza ne abbiamo di cose  da spiegare a chi si affaccia alla società che, purtroppo è ancora degli uomini, soprattutto quella politica. A studenti  ma soprattutto a ragazze e bambine.

Ho appena letto l’amica geniale della Ferrante che riesce a descrivere in modo così coinvolgente la fase di libertà e intelligenza di una ragazzina, Lena, nata in una famiglia poverissima e in un luogo pieno di violenza ma anche di solidarietà come il quartiere di Napoli i cui abitanti sono sudditi della camorra e non hanno cittadinanza.

Lena perde la verginità a sedici anni, quando si sposa  con un ricco salumiere. E con questa scelta perde la capacità di essere leader, l’intelligenza che la fa essere sempre la prima, che la fa imparare latino e greco da sola, senza la scuola che ha dovuto abbandonare. Perde la sicurezza in sé, quella “baldanza” inconscia che le aveva fatto fare sempre le scelte di autonomia in un ambiente di sudditanza.

Questo vi chiedo amiche mie: ridiscutiamo come formare bambine e ragazze, e se necessario, riscriviamo il terzo dalla parte delle bambine, percè siano cittadine e non più suddite. E’ una scelta di sudditanza quella delle donne di distacco da una politica corrotta, maschile e incapace, che le fa perdere e non da loro nessun guadagno, seppure al governo si sia materializzata la scelta del 50/50, si sia mandata in Europa la Mongherlini come alto commissario, il partito che governa abbia una segreteria paritaria con giovani donne e una viceRenzi che è anche l’unica governatrice donna in Italia, la Serracchiani.

Infoltire le fila dell’astensione è scelta di sudditanza: si lascia al re tutto lo spazio di muoversi come gli pare, fare le gregarie di politici uomini è scelta di sudditanza.

Promuovere liste e formazioni politiche, associazioni miste governate da donne può essere una scelta di cittadinanza, l’unica che permette di  mettere in cima all’agenda politica le questioni dei diritti e della giustizia, delle pari opportunità e della dignità, della valorizzazione delle differenze, come ci hanno spiegato sulla base della lro esperienza le amiche svedesi.

Vogliamo praticarla e coinvolgere le giovani nell’entusiasmo che abbiamo sentito in Kristin Tran, immigrata nordvietnamita in una società all’avanguardia per la parità e i servizi sociali ma non per questo, immune dal razzismo. Soraya, rom che ha portato il femminismo nella sua comunità, è stata eletta con lo slogan  “fuori e razzisti e dentro le femministe”. Non credete che sia ora di far valere la dignità anche noi italiane, molto più arretrate perchè neppure parità e stato sociale siamo riuscite a garantirci, e quindi come le greche e le spagnole e portoghesi, più vicine all’altra sponda del mediterraneo da dove partono barconi con donne e bambini che muoiono asfissiati, stivati dove non si respira, ancora prima che annegati.

Io sto tentando con tante amiche coraggiose di sperimentare una politica che tenga conto dei bisogni e della dignità delle persone piuttosto che degli interessi di chi padroneggia in Italia e delle poltrone che vengono concesse a chi serve il re. Denudiamo il re e governiamo da cittadine e cittadini. In questa fase storica le donne possono guidare un processo che ridia la dignità dovuta a tutte e tutti dalla nascita, e in tutto il mondo. Proprio come ci insegnano anocora le poche società matriarcali sopravvissute.

 

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