L’ecofemminismo: storia di una rivoluzione necessaria. Proposte di pratiche concrete

postato il 16 Feb 2020
L’ecofemminismo: storia di una rivoluzione necessaria. Proposte di pratiche concrete

Ecofemminismo:   una rivoluzione sempre più urgente perché non c’è più tempo, lo diciamo con Greta.

 Laura Cima

Sapete un po’ della mia storia. Sono  ora pensionata ma continuo con la mia attivita’ politica, formatrice e di scrittrice. Dopo la mia biografia, due altri libri collettivi, quello che ha originato questa formazione , di cui ringrazio Legambiente e l’ultimo, sessantottine che ora progetta un seguito. Da formatrice, un anno prima di essere eletta parlamentare, l’anno di Chernobyl, preparai due unità didattiche per corsi di FP sulla teoria dei sistemi. Avevo letto di Prigogine e Stengers “La nuova alleanza”, di Lazlo “Il punto del caos”, di Moren “il metodo”, ” la sfida della complessità” e tanto altro, ricerca che mi aiutò nella critica a scienza e tecnica che legittimavano il modello di sviluppo neoliberista, condiviso anche dalla sinistra e dai sindacati, ed a collegare movimenti ecologisti, femministi, antinucleari e pacifisti. Stavamo disegnando un nuovo paradigma che cambiava la politica e la società. Criticavamo il riduzionismo meccanicista della scienza classica che, con ragionamento induttivo semplifica e settorializza, paragonando natura, società ed organismi umani a macchine. Leggi della meccanica applicate a biologia,psicologia, economia, sociologia e chimica dei cui limiti ci si stava rendendo cont in tanti, soprattutto tante scienziate, pensatrici ed attiviste. Newton diceva che il tutto è la somma delle parti. Oggi considerare le interrelazioni fa del tutto più della somma delle parti. L’osservatore non è più esterno ma parte di ciò che osserva. Il rapporto lineare causa-effetto non è più sufficiente a spegare.  “Order from noise” aveva sintetizzato Foerster dalla fine anni 50. Ecosistema, armonia e empatia. sostenibilità, economia circolare. Ecofemminismo. Guerra, sviluppo insostenible, femminicidi e odio, recessione. Siamo sul crinale e dobbiamo responsabilmente scegliere.

Finalmente si diffonde anche nel nostro paese un movimento che ha cominciato a emergere negli anni sessanta e che oggi è ormai di estrema attualità. I principi su cui si basa si sono resi evidenti da quando l’allarme per il surriscaldamento del pianeta è diventato rischio concreto e molte donne hanno imparato a tenerne conto nei propri comportamenti quotidiani. Su questo dobbiamo confrontarci, nel massimo rispetto delle nostre differenze e delle cerchie che frequentiamo, ma con l’urgenza che l’Agenda 2030, quando i processi saranno irreversibili, impone. Interrogarci su cos’è per ognuna di noi l’ ecofemminismo è quindi più che mai necessario oggi: i movimenti e le iniziative che riguardano la decostruzione delle relazioni di potere, di dominio, di colonialismo, lo collegano a coloro che criticano il modello di “sviluppo” e fanno della crisi ecologica, la pace e la non violenza un asse centrale. Ma l’ecofemminismo è anche molto altro. Riemerge oggi più forte, ispira e anima interrogativi come l’abolizionismo della prostituzione, il parto naturale e il contrasto a uteri artificiali o in affitto (oggi si cercano madri surrogate all’estero ma qualcuno comincia a richiedere che sia possibile anche da noi), per un ritorno agli antichi saperi (dalle proprietà di erbe e vegetali alle pratiche di manutenzione di lagune, colline e boschi), per comunità capaci di non consumare risorse naturali depredando ecosistemi ma praticando un’economia circolare.

Françoise d’Eaubonne nel 1974 profetizzava in” Femminismo o morte”[1]”:  “È urgente denunciare la condanna a morte (…) dell’intero pianeta e della sua specie umana, se il femminismo, liberando la donna, non libera l’intera umanità, cioè non strappa il mondo dall’uomo di oggi per trasmetterlo all’umanità di domani “… “il dramma ecologico deriva direttamente dall’origine del sistema patriarcale”, con l’appropriarsi degli uomini dei corpi delle donne. In pieno femminismo crea il gruppo Ecologia e femminismo all’interno del Movimento di liberazione delle donne e dà origine al termine “ecofemminismo” e al movimento.

 Da tempo elaborazioni femministe  hanno messo radicalmente in discussione il progetto di dominio sulla natura verso cui sono orientate la scienza e la tecnologia, a partire dall’Ottocento. Molti contributi di questa “controcultura” sono venuti poi dalle donne del Sud del mondo, da Vandana Shiva, Arundathi Roy, Bina Agarwalin India a Wangari Maathai, Shanysa Khasiani e Esther I. Njiro in Africa.[2]

Il movimento si è fatto portavoce di una posizione che va oltre sia alla rivendicazione femminile di uno statuto di razionalità e di diritti paritario, sia all’affermazione della specificità femminile e dell’alternativa femminista alla cultura maschilista, quindi oltre parità/emancipazione e differenza/estraneità. Alcune autrici italiane e internazionali hanno evidenziato come l’ecofemminismo superi i modelli discriminatori attraverso una rivalutazione, celebrazione e difesa di tutto quello che la società patriarcale ha svalutato perché ha interpretato il reale secondo metafore dicotomiche in cui il femminile è sottostimato in quanto associato a ciò che riguarda la corporeità, le emozioni,la sapienza intuitiva, la cooperazione, l’istinto alla cura, la capacità simpatetica e quella empatica, mentre il maschile è celebrato poiché accostato a concetti opposti, quali teoricità, razionalità, intelletto, competizione, dominio e apatia. Questa controcultura comprendeva all’inizio posizioni varie: liberali, marxiste, radicali e socialiste da una parte e uno spiritualismo legato all’esaltazione del principio femminile in rapporto alla madre-terra dimostrando grande eterogeneità, ma anche ricchezza nelle differenze dall’altra. Si è intrecciata con il pacifismo, il movimento antinucleare, la critica all’industrialismo inquinatore e alle politiche aggressive dell’ecosistema.

Originariamente, “il patriarcato” è l’organizzazione sociale in cui il padre, il capo della famiglia e per estensione gli uomini, sono depositari dell’autorità. Questa dominazione ha prodotto un insieme di dinamiche che ancora modellano in parte la nostra società: la ricerca da parte degli uomini di potere simbolico (elaborazione di concetti, scrittura di storia, arte), la riduzione delle donne alla funzione riproduttiva così come la subordinazione della loro sessualità a quella degli uomini e la divisione sessuale del lavoro. Le donne forniscono così gratuitamente sesso, figli e lavoro di cura, mentre il potere politico ed economico è nelle mani degli uomini. In Italia oggi i protagonisti sulla scena politica, invitati nei talk show e quindi opinionisti, sono tutti maschi. Scrissi sulla rivista “Reti” [3] dell’invidia dell’utero e oggi l’UE finanzia la ricerca sull’utero artificiale. Mentre la legge e le istituzioni rafforzano questa divisione gerarchica, la religione, la scienza e la medicina la legittimano. Il linguaggio usato conferma e rafforza questa situazione facendo del  maschile un neutro che ingloba il femminile. Non di rado donne affermate vogliono che si usi il maschile per definire i loro ruoli perché pensano che il femminile ne sminuisca l’autorevolezza.

Nel nostro paese molte donne si sono spese nel movimento ambientalista e nella scommessa di una rappresentanza istituzionale delle istanze ecologiste, dando vita a un femminismo ecologista che, a partire dalle elezioni regionali nella seconda metà degli anni Ottanta e poi in parlamento e in molti enti locali, si caratterizzò presto come istituzionale. Naturalmente anche l’associazionismo ambientalista e femminista entrarono in contatto e parteciparono al grande cambiamento culturale e politico che ne seguì e cambiò il sistema politico italiano e i comportamenti sociali e di vita. Mentre l’ecofemminismo in Italia, arrivato dopo la grande ondata degli anni Settanta e la crisi del nucleare e della chimica inquinante, ha cambiato molto i comportamenti, da quelli alimentari al diffondersi dell’antispecismo e del rispetto della natura, dal lato della rappresentanza istituzionale non è facile rintracciare una continuità di percorsi collettivi di donne impegnate nell’ecologia politica che abbiano contaminato le istituzioni fino ad oggi. L’esperienza delle elette nei Verdi a poco a poco si spense sotto il contrattacco maschile  a partire dagli uomini delle Liste Arcobaleno che schiacciarono l’esperienza del Sole che ride, invadendo il campo ecologista naif della prima ora, imponendo allo stato nascente di movimento, che si era definito arcipelago, una strutturazione tradizionale di partito e cacciando le donne dal parlamento. Nel dicembre del 1989 Laura Cima chiariva al convegno degli Arcobaleno la differenza femminile confutando una frase di GianniTamino – che aveva affermato «Dobbiamo rimettere l’uomo all’interno della natura» – in questo modo:

Io dico che dobbiamo rimettere l’uomo e la donna all’interno della natura e non dico una cosa formale, ma di sostanza. Sono molto contenta di essere capogruppo in un direttivo di sole donne perché oggi è molto importante agire a livello simbolico […] la grossa novità verde ecologista è l’affermazione di un pensiero circolare, e quindi squisitamente femminile, su un pensiero maschile lineare, dominatore della natura, della donna e dei più deboli, su un modello di struttura della società piramidale con al vertice il maschio bianco. Un ordine di pensiero maschile che ha le sue radici nella filosofia cartesiana della conoscenza si sta sgretolando: dall’uso di un linguaggio neutro alla separazione tra corpo e mente, tra irrazionale e razionale, tra soggetto e oggetto, tra natura e cultura. Si afferma un pensiero che spezza le sfere chiuse, che si arricchisce delle differenze, che parte dalla singolarità, dalla temporalità e dalla località cercando le connessioni, per poi separare diversamente quando è necessaria la chiarezza. Il processo della conoscenza si fa complesso, attraversa sentieri che si intrecciano e si ricompongono. è una novità che trova poi forme organizzative dirompenti come la sfida che stiamo giocando di essere arcipelago che sta nelle istituzioni senza trasformarsi in partito.

Nel convegno Fiore Selvatico avevamo ricordato Carolyn Merchant, con il suo invito a non scavare nel grembo della terra con il metodo proposto dalla scienza e tecnica maschile; il premio Nobel Barbara McClintock, con il suo invito ad ascoltare ciò che le cose hanno da dire, che ci avevano fornito la base della nuova ricerca;  Hannah Arendt,[4] che ci aveva insegnato il valore della politica; e Luisa Muraro con il pensiero della differenza che era in sintonia con il pensiero ecologista sul concetto del limite: «L’umanità è due. Uomo  e donna sono differenti e non complementari, sono due assoluti che si limitano». Affermavamo orgogliosamente: “la sfida e la voglia di vincere che ci siamo giocate finora nell’arcipelago verde rischia di essere schiacciata ancora una volta dall’omologazione. Non abbiamo crediti verso gli uomini e lo spazio che ci siamo prese è proporzionale alla nostra assunzione di responsabilità. I nostri progetti prendono forma e disegnano una società pensata da noi.”

Per le  ecofemministe, il patriarcato, la crisi ecologica e il militarismo vanno di pari passo. Per loro, la natura è stata inferiorizzata e dominata, in modo simile alle donne.  Testi del XVI e XVII secolo, iniziano a sviluppare una visione meccanicistica della natura, con un linguaggio di dominio che evoca la “conquista” di una natura “vergine”  Luisa Muraro ricorderà che l’uno non può comprendere i due sessi e che le donne, escluse dal patto sociale non possono credere di avere diritti[5]. Silvia Federici,  ha dato una prospettiva femminista alla transizione tra feudalesimo e capitalismo:”l’instaurazione di questo sistema economico e politico è la loro più grande sconfitta storica: vengono portate fuori dal mondo del lavoro (artigiane, contadine, mediche …) e rinchiuse a casa per fare bambini al padre”[6]. Questo è il momento dell’inizio del processo di privatizzazione dei beni collettivi, del colonialismo e della schiavitù, della caccia alle streghe. [7] Lo sfruttamento del lavoro domestico non pagato delle donne, così come la violenza sessuale, è la base del sistema patriarcale che organizza il dominio e la disuguaglianza. Per Francoise d’Eaubonne, la “demografia galoppante” era il prodotto della cultura patriarcale senza limiti, anche caratterizzata dalla crescita economica perpetua, dallo sviluppo insostenibile.  Da allora, siamo passati da 4 a 7 miliardi di persone. E oggi le donne non fanno più figli anche se al potere non sono.

Nel secolo scorso il femminismo è stata una rivoluzione senza sangue (Bocchetti [8].è recente un suo bell’articolo su 27° ora dal titolo “i figli non si pagano). Tra fondamenti dell’emancipazione femminile sono l’acquisizione di “diritti sessuali e riproduttivi” (contraccezione e l’aborto) e l’”empowerment” (civico, politico, economico). Il contrasto a tutte le forme di violenza di genere, l’uguaglianza professionale e lavorativa, la parità in politica. L’approccio ecofemminista, rimane poco conosciuto. È stato raro che le femministe articolassero le loro lotte con la questione della crisi ecologica e climatica, nonostante la progressiva consapevolezza della società su questo argomento.

In italia è successo dopo Chernobyl , con le grandi mobilitazioni femministe contro l’irresponsabilità della scienza e della politica. Consiglio di vedere la recente serie tv a tutte quelle che in quegli anni erano troppo piccole o non erano ancora nate. L’ingresso in parlamento nel 1987 di 15 parlamentari in bicicletta, ecologiste e ecologisti , costituì una innovazione rispetto al sistema dei partiti della prima repubblica: liste a cerniera , prima c’erano i partiti ora sono arrivati i verdi , consulta delle associazioni ambientaliste, una connessione stretta con il movimento femminista e 50% di donne elette, direttivo alla camera di sole donne di cui fui presidente. Una storia che è cominciata nel 1986, quando all’interno di un importante convegno delle Liste Verdi a Pescara “ la terra ci è data in prestito dai nostri figli”, alcuni eletti a livello amministrativo in 11 regioni  dal 1985, cento donne diedero vita a un luogo separatista, poi nominato Forum delle Donne Verdi, che si mosse su contenuti e progetti. Fummo protagoniste nella vittoria rispetto al referendum contro il nucleare, a noi l’appello finale che sollecitava la responsabilità delle donne e chiedeva a scienza e politica il senso del limite.

Abbiamo valutato positivamente l’accesso delle donne a lavori tradizionalmente maschili e alle responsabilità nel mondo degli affari e della politica ma raramente denunciamo il modello di potere e di sviluppo di cui entriamo a far parte da sottomesse  e raramente da protagoniste. Questo femminismo è compatibile con il liberismo economico in cui le donne  costituiscono il 70% dei poveri del mondo e il pianeta si surriscalda sempre più. Il rischio è che non si spostino i rapporti di dominio e si contribuisca ad uno sviluppo insostenibile. La crisi ecologica, l’urgenza di rompere con gli schemi di produzione e consumo, agricoltura e urbanizzazione, il rischio della sopravvivenza della specie umana, sono oggi più visibili in generale. Ecofemministe hanno partecipato all’occupazione di siti nucleari civili e militari nel 1980, alle proteste contro i rifiuti tossici e l’inquinamento  negli Stati Uniti,in Gran Bretagna e in Germania dove iniziò  una madre dell’ecofemminismo, Petra Kelly, fondatrice dei green e del movimento antinucleare e non violento, vittima di femminicidio del compagno e dell’emarginazione del partito. [9]. Nel 1992, i movimenti delle donne e delle femministe hanno elaborato la “Agenda 21. Piano d’azione delle donne”,un testo abbastanza radicale che includeva problemi di salute, clima, energia, pace e sicurezza, ecc., e doveva essere contributo alla Conferenza di Rio sull’ambiente e lo sviluppo. L’agenda per il ventunesimo secolo di questo Vertice della Terra includerà un capitolo e gli impegni per l’uguaglianza di genere.  A livello internazionale, l’adozione di un piano d’azione “Genere e clima” al Cop 23 nel 2017 non ha prodotto finora molti effetti. Cop25 del dicembre 2019 a Madrid, con la presenza di Greta Thunberg,con capo negoziatrice Teresa Ribera, ministra dell’ambiente spagnola, è purtroppo fallito. Licypriya Kangujam, una giovanissima indiana del Rajastan, manifesta ogni giorno da quando aveva 6 anni. A Dely 810 mc/m3 invece di 25 consigliate dall’ Oms. L’Europa con la nuova commissione si è appena data un programma di new green deal, per ora molta apparenza e poca sostanza.

In molte parti del mondo,  le ecofemministe pagano un prezzo elevato perché affrontano sia il sessismo sia il capitalismo. Recentemente, molte di loro sono state uccise, come la giornalista maltese Daphne Galizia per aver denunciato per corruzione il governo,  o come l’attivista indigena Berta Flores Càceres, uccisa il 3 marzo 2016 a Esperanza, Honduras. Poco prima aveva testimoniato: “Nella lotta contro la privatizzazione dei fiumi, la difesa delle foreste e contro le multinazionali, le donne erano la maggioranza. Ciò provoca minacce alle nostre vite e alla nostra sicurezza fisica, emotiva e sessuale, minacce contro i nostri figli, la nostra famiglia. Dicono che siamo prostitute, streghe, siamo pazze. Abbiamo lavorato a livello nazionale e internazionale e ottenuto vittorie. Ad esempio, la ratifica da parte dell’Honduras della Convenzione 169 sulle popolazioni indigene. Siamo riuscite a ottenere i titoli di proprietà sulle terre della comunità, per creare comuni aborigeni “.

A volte la vecchia divisione del lavoro (piccole colture alimentari alle donne,  monocolture di esportazione agli uomini) finalmente torna a beneficio per le donne mentre il modello agricolo produttivista si traduce in  rovina di molti contadini, suicidi per debiti, perdita di biodiversità, sterilità di sementi ogm, erosione e inquinamento di terra e acqua [11]. Vandana Shiva, ecofemminista nota per la sua lotta per l’agricoltura contadina [12], in molte interviste sottolinea che questo ruolo delle donne è legato al posto che hanno nelle società: “Le donne di Chipko non sono cresciute perché hanno dato la vita ma perché erano responsabili del cibo e dell’acqua! La divisione del lavoro ha lasciato le donne nell’economia della cura, che è stata trattata per decenni come una non economia. L’oppressione delle donne e della natura è lo stesso processo. Dobbiamo quindi rivolgerci a un pensiero che libera la natura, che difende l’idea che la natura è viva, intelligente, con le proprie capacità organizzative … L’uomo deve essere consapevole della natura, ma anche del sapere di donne, altre culture, piccoli agricoltori, sono in grado di diffondere questo pensiero.” Oggi gruppi più giovani stanno lavorando sul legame tra sfruttamento delle donne e sfruttamento industriale degli animali: esiste un ecofemminismo “anti-specista” o vegano. Queste sensibilità sono anche una questione di generazioni  come vidi due anni fa a Bologna in un bel convegno ecofemminista di Arcilesbica.

Un argomento merita di essere esplorato meglio: il legame tra femminismo e decrescita. La biologa Rachel Carson,  è stata una delle prime a denunciare l’inquinamento da pesticidi.  Il suo libro Primavera silenziosa, pubblicato nel 1962, ha portato al divieto del DDT: “Abbiamo permesso che queste sostanze chimiche venissero utilizzate senza interrogarci sui loro effetti sul suolo, sull’acqua, sugli animali selvatici e sulle piante, sull’uomo stesso. Le generazioni future probabilmente ci rimprovereranno di non prestare più attenzione al futuro destino del mondo naturale, da cui dipende tutta la vita “Le ecofemministe sono contro il sistema di potere che lavora per mercificare tutto, per mantenere una classe sociale predatrice e una”mascolinità egemonica” (competizione, ciascuno per sé, insensibilità a chi è in difficoltà, criminalizzazione dei più precari,  e degli stranieri ) e un “marketing di genere” basato su stereotipi legati alle presunte differenze tra “femminile” e “maschile” per vendere di più.

Fridays For Future porta la crisi climatica alla Camera dei Deputati
Da ormai quasi un anno le ragazze e i ragazzi di tutto il mondo riempiono le piazze chiedendo azioni urgenti e concrete contro la crisi climatica, e anche nel nostro paese si sono mobilitati giovani e giovanissimi, oltre un milione al climate strike di settembre. Il 5 febbraio, per la prima volta, le richieste del movimento Fridys For Future sono arrivate nelle aule del potere: la VIII Commissione Ambiente della Camera dei Deputati ha audito i portavoce del movimento a proposito di alcune correzioni e integrazioni alla legislazione relativa alle limitazioni dell’emissioni inquinanti legate agli impianti di combustione medi. Una discussione tecnica, ma che è stata occasione per Marianna Panzarino, 25 anni, studentessa e attivista romana, e Giovanni Mori, 28 anni, ingegnere energetico e attivista bresciano, di portare all’attenzione dei deputati presenti l’enormità della questione climatica che il nostro paese si trova ad affrontare.“Riteniamo assolutamente marginale il lavoro su questi atti”dice Marianna Panzarino“se al contempo il PNIEC (Piano Nazionale Integrato Energia e Clima) contiene ancora ingenti finanziamenti al gas fossile, non riporta informazioni chiare sulla conversione energetica e prevede obiettivi imbarazzanti, come la riduzione del 37% delle emissioni entro il 2030, quando lo stesso Green New Deal Europeo – insufficiente per rimanere entro l’aumento di 1.5°C – ne prevede il 55%”.

“Abbiate il coraggio di guardare in faccia la realtà, e di dire che qualcuno ha molta più responsabilità di altri per tutto il tempo che abbiamo buttato finora. Non anni, ma decenni!” conclude Giovanni Mori “C’è un elefante nella stanza, onorevoli deputati, e sta per sedersi su tutti noi”.Qui trovate il testo dell’intervento di Marianna Panzarino e Giovanni Mori in Commissione Ambiente in versione integrale:  https://www.fridaysforfutureitalia.it/interventoallacamera

Concludendo voglio ricordare Laura Conti che, intervistata da Ipazia, via Dogana, nell’88 diceva: faccio scelte per amore della terra e del sistema vivente. Sostengo chi fa come me e contrasto chi distrugge. Così sto meglio. [13].

SI CONTINUA COSÍ

Note:

[1] D’Eaubonne Francoise, Le feminisme ou la mort, Horay, Paris,1974, Camille Badoux, “Françoise d’Eaubonne, Femminismo o morte”, Les Cahiers du GRIF, n. 4, 1974, p. 66-67, ed. P. Horay. Il libro di Françoise d’Eaubonne, Ecology and Feminism, Revolution o mutation, pubblicato nel 1978 è stato appena ristampato. E. Marks, I. de Courtivron, New Frenche Feminism: An Anthology, Amherst(MA), University of Massachusetts Press, 1980, pp. 64-67.
[2] Un’ampia bibliografia si trova in La critica dello sviluppo in una prospettiva di genere, a cura delle amiche piemontesi Franca Balsamo, Elisabetta Donini, Vanessa Maher,Anna Segre e altre del CIRSDE, «Notiziario», 3, febbraio 1996.
[3] L.Cima,Trasversali agli schieramenti politici, “Reti. Pratiche e saperi di donne”,1, gen-feb. 1990, p.24
[4]Arendt Hanna, Vita Activa, Bompiani, Milano 1989
[5] Muraro Luisa, Il pensiero della differenza, Editori Riuniti, Roma, 1990  
[6] Queste analisi erano già state sviluppate dalle ecofemministe, come l’americana Starhawk, che si definiva una “strega”. Un classico: il suo libro Sognando the Dark: magia, sesso e politica 1982,.
[7] Durante il periodo dell’inquisizione, specialmente dalla seconda metà del XVI secolo all’inizio del XVII secolo, questo “delirio” contro le donne (e contro gli uomini che non rientrano nelle norme), avrebbe causato tra le 40 000 e 100.000 vittime.
[8] Bocchetti Alessandra, Ragazze vi racconto la nostra storia, Presidenza del Consiglio dei ministri Roma 2000
[9]  Valentina Cavanna, Petra Kelly.
[10] Cfr Le Monde diplomatique marzo 2018 articolo di Jack Fereday sul dinamismo delle donne “, nelle zone rurali dell’India deformazione sotto siccità e del debito, dove gli agricoltori si suicidano in migliaia, le donne prendono ora la prossima generazione e riabilitare un’agricoltura sostenibile e solidarietà.
[11] Carolyn Merchant ,Filosofa, ecofemminista americana,tra le sue pubblicazioni “The Death of Nature, 1980: Women, Ecology and the Scientific Revolution”; Earthcare: Women and the Environment, 1996
[12] Vandana Shiva, Maria Mies, Ecofeminism, The Harmattan, 1999.
[13] Laura Conti, Questo Pianeta, Roma, Editori Riuniti, 1987; Ambiente terra. L’energia, la vita, la storia, Milano, Mondadori, 1988; Tra sesso e ambiente un rapporto da scoprire ed è biologico il rifiuto femminile del rischio?, «La nuova ecologia», dicembre1986 marzo1987
[14] “l’Ecofemminismo in Italia”, F.Marcomin e L.Cima, Il Poligrafo 2017.
 

Pubblicato in: Ambiente, Donne, politica,

Commenti:

  • Monica 16 Febbraio 2020

    Grazie Laura non potevi essere che tu ad aprire questa importante formazione; ti seguo a ruota il 29 febbraio, proponendo la connessione tra linguaggi violento, guerra al corpo femminile e proposta ecofemminista come l’unico possibile polmone al quale attingere per trovare respiro politico. Aggiungo al tuo elenco l’evento di Puntog del 2001, al quale poi seguì il decennale, ne parlerò nel prossimo incontro, e spero che quante più partecipanti ci seguano poi a giugno al seminario ‘La parola femminista’ dal 12 al 14 giugno prossimo ad Altradimora http://www.radiodelledonne.org/altradimora/
    Avanti!

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