linguaggi di donne

postato il 19 Nov 2016
linguaggi di donne

Da un po’ di tempo non scrivo su questo blog e mi accontento di brevi commenti sui fatti che succedono su FB. E’ vero che ho poco tempo tra campagna per il No e libro sulla storia delle donne verdi che stiamo finendo come testo collettivo di testimonianza, ma c’è una ragione più profonda. Si tratta di un disagio crescente che non sono più disposta a sopire. Disagio che è esploso con la vittoria di Trump. Come ho scritto subito, quella notte h0 vissuto la convinzione che un’epoca è finita portandosi con sè la speranza che abbiamo avuto in tante e tanti che un altro mondo fosse possibile.

Un’epoca che per me inizia quando sono nata nel 1942, in piena guerra di cui ricordo ancora lo spavento dei bombardamenti e le corse nei rifugi antiaerei. Sono cresciuta insieme ai miei cugini, adottati da mio padre perché orfani di un padre ingegnere alla Fiat, ucciso dai nazisti durante una marcia forzata di trasferimento da Mauthausen.

Un’epoca che ho rivissuto nelle testimonianze e nei racconti di mie grandi amiche come Marisa Rodano, Tina Anselmi e Lidia Menapace e le altre partigiane che ho conosciuto alcune delle quali mi hanno incuriosito così tanto che sono andata a studiarmi gli atti della Costituente con gli interventi e ne ho scritto nell’unico mio libro,  Il complesso di Penelope. Ho anche scritto delle donne del risorgimento e di quella cittadina, anonima per necessità, che si rivolse agli italiani alla fine del Settecento per rivendicare il diritto delle donne a far parte della Repubblica Cisalpina perché “noi siamo uguali a voi in tutte le cose che non dipendono da forza materiale; in quelle poi che dipendono da forza spirituale siamo superiori”. Concludeva il suo bellissimo discorso sostenendo:  “Siccome con noi distruggereste tutti i nimici dell’uguaglianza, senza di noi non li distruggerete giammai”.

Donne che sono sempre con me e ieri sera sono stata contenta di sentire Gisella Modica, un’amica che presentava il suo libro Le donne della Cattedrale  a Torino, affermare che il linguaggio delle donne siciliane che occupavano le terre o altri luoghi oggi per avere la casa, donne del bisogno lei le ha definite, usavano il linguaggio materno, il dialetto,  per raccontare le loro vite e comunicare con narrazioni che l’hanno trasformata lasciando un segno profondo. Facendo gesti di madri, come scaldare il latte per il figlio sull’altare dove esisteva l’unica presa o vestire a festa con le tovaglie colorate il feudo occupato. Stare insieme tra donne in modo autentico con linguaggio e gesti che, scambiati, producono Eros e soluzioni.

Anche per me è stato sempre così, la trasformazione è passata attraverso forti coinvolgimenti ed emozioni provate insieme ad altre donne con cui facevamo atti e ci dicevamo racconti che cambiavano noi e la realtà che non ci piaceva. Come quando abbiamo occupato e fatto funzionare i consultori autogestiti , oppure per una settimana, il Sant’Anna, la più grande clinica d’Europa, pretendendo rispetto e dignità per quelle donne che assistevamo dopo l’aborto, tenendole per mano e ascoltando il loro dolore sotto anestesia. Come quando mi sono incontrata  con donne di generazioni che mi hanno preceduta, e con le loro narrazioni delle lotte partigiane, del carcere, delle persecuzioni e del desiderio di cambiare, anche con il voto, attivo e passivo, finalmente conquistato.

Sono parte di me, e lo saranno finché vivo. Non posso dimenticare la loro passione e il loro modo di far emergere i valori su cui andava a fondarsi la Repubblica. Ho chiesto perché nessuna delle madri costituenti era andata nella sottocommissione dove si discuteva di poteri, dell’ordinamento dello Stato. Non le avevano mandate i loro partiti, perchè il potere era affare da uomini. E Nadia Spano mi commosse quando, fiera di loro tutte, mi disse:” eravamo maestrine di fronte a grandi costituzionalisti come Calamandrei ma noi, con tutte le nostre differenze, ci confrontammo con passione  per far emergere i valori, e gli uomini ci ascoltavano con rispetto”. Si tratta della prima parte della nostra Costituzione che nessuno ha mai osato modificare. Ma la si sta svuotando. e quelle parole  dell’art.1,dell’art.2 se non fosse la parola uomo che ci esclude ancora, ma  sopratutto l’art.3 prime parte contro le discriminazioni e seconda parte per le azioni positive già allora perfettamente spiegate in quel “La Repubblica rimuove gli ostacoli..”, sono parole che ti risuonano dentro, che capisce anche un bambino.

Abbiamo sbagliato amiche mie ad occuparci troppo poco della seconda parte e a non pretendere la piena applicazione della prima parte, quella a cui hanno contribuito le donne. Non siamo riuscite a trasformare abbastanza con il nostro linguaggio emotivo e i nostro gesti e abbiamo lasciato il campo libero ad un linguaggio prescrittivo, anzi, da azzeccagarbugli. Leggetevi l’art.70 attuale e quello che si vorrebbe riformato, è sufficiente per capire. Gli appelli di femministe per il No, donne per il No, Se ben che siamo donne, contengono molte ragioni in più. Ma io mi fermo oggi al linguaggio.

Quello di Trump, della riforma Renzi/Boschi, dei media e dei politici. Ma anche quello che è emerso nei dibattiti pre-manifestazione, troppo freddo e a volte violento, intimidatorio, maschile. Eppure vogliamo manifestare per fermare femminicidi e violenze sulle donne. Io mi sono zittita ma spero di ritrovare la voce in piazza, sia il 26 che il 27. e poi ricominciare a sperare di cambiare il mondo con voi, sorelle mie, nonostante tutto.

 

Pubblicato in: Donne, Istituzioni, politica,

Commenti:

  • Eliana Rasera 19 novembre 2016

    Bellissimo intervento, che condivido totalmente Laura, specialmente per quanto riguarda il disagio che vivo anche io, mi sento un’aliena…. e comunque io non ci sto, qualcosa dobbiamo pur fare! Un bacio amica mia.

  • Mgrazia 21 novembre 2016

    Cara c’è tanto da fare per non tornare indietro e per andare avanti. A volte mi stanco. Grazie per le tue riflessioni sempre PREZIOSE. Ci vediamo a Roma

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