L’ultima parola

postato il 31 Ott 2015
L’ultima parola

Negli ultimi giorni di ottobre si è riaperto un dibattito interessante sul potere maschile e la capacità delle donne di liberarsene e di diventare almeno interlocutrici ascoltate dagli uomini. Di prendere il potere ancora non si dice, perché sarebbe quello degli uomini in una società maschile non segnata dal pensiero, dalle azioni, dai desideri di donne libere, invitate ad agire nel mondo della differenza sessuale, a non cadere nella tentazione dell’emancipazione che non farebbe altro che rafforzare questo potere senza scalfirlo.

Seguendo un esempio illustre di una quarantina d’anni fa, quello della lettera di Carla Lonzi a Pasolini per  condividergli la contrarietà alla legalizzazione dell’aborto perché avrebbe consacrato il coito come rapporto sessuale indiscusso, anche Lea Melandri ha scritto a Luciano Gallino sui temi sollevati in  un suo intervento  (Repubblica del 16/10) dal titolo “Cari nipoti, vi racconto la nostra crisi”, in cui il professore lamenta la scomparsa dell’idea di eguaglianza e del pensiero critico.

Riconfermando la sua stima a Gallino, come d’altronde aveva fatto la Lonzi a Pasolini, la Melandri lamenta la totale rimozione  del pensiero femminista  da parte di intellettuali della nostra generazione, quella degli anni settanta.  Per ora non ha ricevuto nessuna risposta pubblica e, temo, neppure privata. La citazione di Pierre Bourdieu, che alla fine del secolo scorso ha denunciato la presunta naturalità dei ruoli sessuali consegnati così nel tempo ad essere considerati immutabili anche per le donne (Il dominio maschile 1988) dimostra forse che questa rimozione è soprattutto italiana e varrebbe finalmente la pena di considerare quanto sia stata determinante per permettere di  arrivare alla deprimente situazione politica attuale.

Se Carla reagisce all’umiliazione realizzando che le parole e le azioni delle donne nella storia sono state non prese in considerazione e quindi cancellate, nascoste le loro ribellioni come le loro conquiste e innovazioni, e raggiunge così una presa di coscienza più alta della nostra condizione, Lea riprende invece pochi giorni dopo un brano di Asor Rosa del 1986 (L’ultimo paradosso, citato nel sito Comune-info.net) che descrive il ruolo di comando degli uomini, difesi da una solida corazza, riuniti in un circolo maschile a cui non saprebbero mai rinunciare ” neanche se ci fosse promessa in cambio una libertà sconfinata, una gioia senza pari”, attorniati da subalterni, buffoni e donne. Prigionieri nel distribuire potere per smisurato orgoglio, a volte  il desiderio di fuggire per respirare aria pura fa capolino insieme alla disperazione e alla sensazione di essere patetici. Secoli che gli uomini vivono così; “e con questo modo di vita affonderanno” .

La domanda questa volta, rivolta in generale agli uomini, è di spiegare questa difesa della neutralità ad oltranza.

Gli uomini sanno, ma è troppo allettante il privilegio millenario del potere attraverso la virilità pubblica, e quindi, pretendono di esercitare ancora il possesso indiscusso sul corpo femminile. Le donne stenterebbero a capire quanto profonda sia l’espropriazione subita. Secondo Lea, sarà proprio il corpo femminile,  terra incontaminata, da cui rinascerà qualcosa di nuovo, quando le donne smetteranno di accettare e accontentarsi di una emancipazione che non le libera.

Negli stessi giorni Luisa Muraro ha  tenuto una lezione alla Libreria delle donne di Milano, a partire dalla capacità della Lonzi di dare un significato al silenzio di Pasolini,  uniformatosi così pure lui, scrittore ed omosessuale, al “circolo” maschile per riaffermarne quel predominio sul mondo che opprime le donne, non le considera e le cancella dalla scena e dalla storia. La valorizzazione dell’autocoscienza, del partire da sè, la scoperta della Rivolta delle donne, sempre cancellata e sempre risorta, la riscatta dal ruolo di “questuante di attenzione e di visibilità” con cui aveva cercato una mediazione impossibile con quel mondo di uomini su cui, anche Pasolini, si riserva l’ultima parola.

Quello che Pasolini non aveva capito, quello che Gallino non capisce, non esiste, perché non rientra nella sua misura della realtà. Non basta parlare di discriminazione dice la Muraro, esiste una obliterazione, un rendere illeggibile i pensieri e le traccie delle donne nel mondo. Di questo dobbiamo essere coscienti.

In questo modo gli uomini mantengono l’ultima parola, il potere sul mondo.

Abbiamo invitato in Italia, grazie a Monica Lanfranco il cui lavoro con Manutenzioni ha coinvolto molti uomini a riflettere sulla loro sessualitá, due donne che hanno imposto la loro parola nel loro paese, la Svezia. E hanno vinto alcuni obiettivi che si erano prefisse. Per esempio le 6 ore lavorative, partite dall’esigenza di condividere donne e uomini il lavoro di cura. Basta permessi alle mamme, conciliazione che peraltro sta diventando impraticabile in Italia, ma riduzione delle ore lavorative per tutti. Anche per creare nuovo spazio ai giovani verso il primo impiego. Stanno anche chiudendo tutte le carceri. Accolgono immigrati e rifugiati.

Soraya Post è diventata parlamentare europea con lo slogan “fuori i razzisti, dentro le femministe” e Kristan Tran ha fondato dieci anni fa, quando era una diciannovenne immigrata dal Nord Vietnam, il partito Iniziativa Femminista che sta dettando l’agenda alle vecchie forze politiche. Governano a Stoccolma e in altre dieci città.

Ada Colau e Manuela, estranee alla politica tradizionale, slegate dai partiti, appoggiate da Podemos e il movimento degli indignados, ultime nelle classifiche dei sondaggi, si sono conquistate al primo turno, con una maggioranza schiacciante Barcellona e Madrid. Nei loro discorsi di insediamento hanno rivendicato il collegamento con il femminismo.  Sarebbe come dire che a Milano e a Roma candidiamo due donne di movimento e femministe e le facciamo vincere. Si può. E’ avvenuto.

Forse è il caso che anche in Italia il femminismo esca dai suoi circoli, dia la parola ad altre esperienze e scommetta sul prendersi l’ultima parola anche in politica e nelle istituzioni. Il valore simbolico di femministe elette in cittá, come capi di Stato o in Europa, con cui potersi raccordare, é innegabile anche per pensare ad altre cittá, altri Stati e un’altra Europa, . Con la legge elettorale Italicum e la riforma costituzionale del Senato volute da Renzi, dubito che riusciremo a eleggerne e, quindi, il Parlamento italiano sará un circolo maschile dove si deciderá come dobbiamo vivere e come impiegare i soldi che paghiamo in tasse. Non varebbe la pena di non confermare queste riforme?

 

Pubblicato in: Donne,

Commenti:

  • Rasera 31 ottobre 2015

    Sai che la penso come te!!!!!

  • Monica lanfranco 1 novembre 2015

    Cara Laura grazie della riflessione e della citazione del lavoro che da tre anni, a partire dal libro uomini che… con la piece tetrale Manutenzioni-uomini a nudo coinvolge gli uomini che scelgono di pronunciare parole sulla loro sessualità e su quela dei loro simili. In Italia vedo un blocco della comunicazione che da tempo è in atto grazie al quale ci siamo perse una buona fetta della generazione delle e dei quarantenni, che oggi in parte governano e indicano visioni semplificate con le quali non cambiare ma riverniciare la realtà. Chi nel femminismo non si è voluta fare accademia ma nemmeno movimentismo aggressivo di superficie ha pochi spazi, e questa solitudine e continua faticosa invisibilità e cancellazione pesa. girando per l’italia come anche tu fai mi rendo conto che esiste un’altra italia, quella fatta da donne e uomini che provano a tessere reti anche molto piccole nelle quali però far vivere e valorizzare praica e pensiero femminista, senza alzare muri e promuovere dogmi. Di queste reti dobbiamo fare tesoro, dando continuità alle imprese condivise. Sono convinta che l’esempio sperimentato a partire dall’invito di post, che almeno in tre città è stata ospite, sia da estendere, provando a riproporlo questa volta con le due sindache spagnole, intensifcando in parallelo occasioni di approfondimento intergenerazionali e intergenere come quelli che facciamo insieme ad Altradimora

  • maria cristina migliore 1 novembre 2015

    Laura, lanci agli uomini una domanda molto interessante, quella di spiegare la loro difesa ad oltranza della neutralità. La mia proposta è a tutte noi donne consapevoli della questione del dominio maschile di rivolgere questa domanda a più uomini che possiamo. E di ascoltare le loro risposte e di entrare in relazione con loro e con tutte le donne che li sostengono nel loro delirio di credersi neutrali. Ascoltiamo le loro risposte, quando ce le danno, perché sono molto interessanti, per non dire sbalorditive per noi che ragioniamo di queste cose da anni. Ad esempio un collega mi disse che se non ci sono donne nei posti di responsabilità è perché alle donne non interessano quei posti. Gli risposi che è vero, ma che occorre andare oltre, non accontentarsi di questa spiegazione, e chiedersi perché così tante donne non sono interessate. Forse è perché si sentono estranee alla cultura che media quei posti? Non mi capì. Ma da allora, non perdo occasione di portargli evidenze che esistono altri modi di essere e di fare, legittimi quanto quelli proposti da lui e dai suoi colleghi. Ma è un lavoro di relazione lungo e faticoso, dove anch’io sto imparando molto.
    Quante di noi hanno avuto voglia in questi anni di femminismo italiano – perché sono d’accordo con te che si tratta di un fenomeno molto italiano – di comunicare e farsi comprendere da questi uomini, e di guadagnare il loro rispetto? Siamo poche e forse non lo facciamo abbastanza in modo pubblico. Mi viene in mente solo Monica Lanfranco che ha fatto un lavoro molto interessante col suo libro sugli uomini che odiano/amano le donne e gli eventi che ha costruito intorno a quel libro. Ci saranno anche altre donne in Italia come Monica. Laura, anche tu immagino hai a che fare con uomini che si pensano come neutri e farai le tue lotte. Forse può essere interessante condividere le nostre esperienze in questo campo per capire se e come lo stiamo facendo.
    Nel mio piccolo io l’ho fatto di recente in un seminario qui a Torino, ma non avevo donne che mi sostenessero. E quindi non so se quanto ho detto abbia prodotto qualche pensiero e riflessione sia negli uomini sia nelle donne presenti. Dissi una cosa per molte di noi banale, e cioè che un’analisi di genere (sto parlando di ricerche e studi, sono una ricercatrice) non si fa solo presentando tabelle con la distinzione per maschi e femmine, ma che occorre partire da prospettive teoriche che includano le differenze materiali delle vite delle donne. Dissi qualcosa del genere anche in un seminario all’università di Cambridge, quando ricordai che le organizzazioni e i posti di lavoro sono stati disegnati prevalentemente da uomini. Il moderatore del seminario nelle sue conclusioni citò il mio intervento dicendo che avevo detto una cosa fantastica, molto interessante. Eravamo in UK, quel professore non aveva forse mai pensato a quanto dissi, ma lo riconobbe e lo rilanciò. Il contesto era comunque già molto femminile, perché il seminario era stato organizzato prevalentemente da donne che si erano sbizzarrite a creare modi innovativi per agevolare lo scambio tra le e i convenuti. Qui a Torino nessuno riprese il mio intervento né nel dibattito, né nelle conclusioni. D’altra parte il setting del seminario era molto maschile, tradizionale separazione tra palco e pubblico. Insomma un contesto forse lontano dal porsi certe questioni come quelle che poni tu, Laura, e ponevo io col mio intervento in quel seminario.
    Io credo che in Italia sia mancata una contaminazione del mondo maschile da parte del femminismo della differenza. Vi è stato un discorso pubblico femminista emancipazionista solo su questioni come le quote. C’è ora un discorso pubblico sui femminicidi. Questi ultimi sono come la punta dell’iceberg che è il dominio maschile-machista in Italia. Quanto spesso viene detto ciò? Non molto spesso. Quindi quella domanda agli uomini che suggerisci tu, Laura, va fatta agli uomini e sempre più spesso e in modo pubblico, cioè in dibattiti, convegni, interviste di giornaliste, etc.. E prepararci a mantenere i nervi saldi e rispondere argomentando in modo comprensibile, affinché si avvii un dialogo basato sul reciproco ascolto e sull’esplicitazioni delle ragioni.
    Circa la possibilità di vincere una competizione elettorale come femministe, ho dei dubbi perché ho l’impressione che la nostra cultura italiana è ancora troppo impregnata di pensiero maschile-versione machista. Ma spero di sbagliarmi.

  • Laura 3 novembre 2015

    Grazie monica e mariacristina, sono ovviamente d aCcordo con voi. La domanda che citi, mariacristina la mutuo da lea
    con i vostri contributi provo a condividere nei diari di alcune amiche e associazioni e se faTe altrettanto potremo poi trovare un modo per condividere commenti e rilanciare.

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