I luoghi delle donne

postato il 16 Mag 2018
I luoghi delle donne

Il mio giro siciliano e’ iniziato dalla casa  delle donne di Palermo grazie a Daniela DIoguardi e a Catania, l’amica Anna di Salvo e’ intervenuta raccontando L’attivita’ de Le citta’ vicine e poi mi ha inviato questo articolo che riporta la discussione del recente convegno a Napoli La  citta’ all’opera dove entrambe sono intervenute rispetto alla Casa delle donne di Napoli che si differenzia dagli altri beni comuni dati in uso civico perche’ non offre servizi. Interessante anche l’aggancio ai derivati che con gli interessi spesso usurai rubano ai comuni le risorse per i piu’ deboli come ha detto il sindaco.

Sono stata invitata a Napoli il 25 e spero di incontrare Chiara Guida e di capire direttamente come collegare il lavoro delle amiche napoletane nella rete ecofemminista.

Ecco L’articolo attualissimo che diffondero’ nei luoghi delle donne che ho incontrato e in quelli della mia citta’ e che vi invito a commentare:

Autogestione e politica prima, n.2, aprile-giugno 2018

Donne in gioco. Le Città Vicine ridisegnano l’orizzonte

di Simonetta Patanè

 

Il convegno La città all’opera, organizzato da Città Vicine e AdaTeoriaFemminista a Napoli lo scorso 24-25 febbraio, ha segnato, a mio parere, un passo avanti rispetto al convegno dello scorso anno: mentre allora, mi sembra di poter dire, si era presa coscienza dell’esistenza di quelle nuove istituzioni che si pongono al di sopra di quelle a garanzia del diritto, auspicate dalla Weil, e ci si era autorizzate a intervenire in ogni situazione in cui la posta in gioco ci sta a cuore, ma con un po’ di timore rispetto al “mischiarsi”, il convegno di quest’anno ha mostrato veramente le donne all’opera nelle città e questo ha permesso di delineare con più precisione i rischi, le modalità e i nodi critici di questa messa in gioco, come donne femministe della differenza. Esserci nel mondo per “fare mondo” (Daniela Dioguardi), in tutte quelle situazioni in cui si aprono “varchi di possibilità intelligenti”, è possibile se ci si sta “con le nostre pratiche e il nostro pensiero mettendoci in gioco sicure del nostro radicamento” (Anna Di Salvo). Stefania Tarantino riassume efficacemente in pochi punti il senso profondo della mediazione femminile nel mondo: nella la capacità di portare nella politica la dimensione della vita nella sua materialità; nel considerare le relazioni politiche fra donne come orientamento e forza che ti permette di andare dove non avresti mai pensato di andare; nella capacità di operare tagli per non dare continuità a cose che non vanno bene; nel saper fare “vuoto fertile” per ascoltare veramente e accogliere l’altra/o. Che si tratti di salvare un’area ex militare, oggi parco spontaneo, dalla solita speculazione edilizia (Maria Castiglioni), di far riconoscere un luogo occupato/liberato come bene comune (Nadia Nappo, Stefania Tarantino), di creare forme di vera accoglienza per migranti, come ad esempio a Riace (Franca Fortunato, Giusi Milazzo) e di combattere contro i luoghi disumanizzanti in cui lo stato li rinchiude e contro la militarizzazione (Alfonso Di Stefano), o di tentare di salvare le vittime di tratta (Yasmine Accardo), o, ancora, di come Ada Colau sta facendo la differenza amministrando Barcellona (Elisa Varela) o, addirittura, di come superare la forma stato attraverso la creazione di una “democrazia basata sulle donne” come stanno tenacemente facendo le donne curde (Rojin), i rischi che si corrono – quelli di cui si aveva timore – sono ancora lì. Mettersi in gioco, “mischiarsi” con gli uomini significa che o non ti danno spazio o ti danno il “contentino della parità” (Anna Di Salvo) o, ancora, che lo spazio se lo prendono tutto occupando la scena allestita da altre arrivando alle riunioni con la scaletta pronta e l’agenda piena, scippando quello che le donne fanno, cancellando la matrice femminile delle azioni così come i talebani cancellano i bellissimi, e profondamente politici, murales delle artiste afghane (Katia Ricci) o come si bombarda Afrin per eliminare un esperimento politico “alternativo a tutti i sistemi esistenti” (Rojin). Quando “va bene”, significa, doversi confrontare con un linguaggio militare e guerresco e avere a che fare con logiche convenzionali che cercano la grande mobilitazione e la grande visibilità azzerando l’originalità cercata, dalle donne, con fatica e nel tempo (Maria Castiglioni). Eppure, insieme alle difficoltà, emergono anche gli ingredienti della pratica femminista che permettono di affrontarle un lavorio costante e protratto nel tempo nel rispetto dei tempi della relazione, un lavoro capillare di attenzione per individuare di volta in volta le possibili mediazioni, segnalare le distanze, tenendo il punto quando è necessario, mollando la presa dove il conflitto non ne vale la pena, lavorando pedissequamente sul linguaggio, fino a diventare insopportabili per lasciare il segno della differenza e far emergere il confronto fra i sessi dalla neutralità collettiva. Certo, ci vuole molta pazienza e richiede molta fatica. Trovandoci a Napoli, è la vicenda dei beni comuni che meglio può illustrare non solo queste difficoltà del mettersi in gioco ma anche il modo femminista di affrontarle e i nodi più profondi intorno ai quali il pensiero delle donne donne oggi oscilla. Le bellissime e accoglienti sedi che ci hanno accolto nei due giorni sono segnate da una profonda differenza: la prima, Santa Fede Liberata, lo è di nome e di fatto visto che, come ci ha spiegato il sindaco in persona, non si tratta di un luogo occupato ma di uno spazio liberato, mentre la Casa delle donne di Napoli/Bene Comune ne porta il nome ma non è rientrato nella delibera con cui il Comune di Napoli ha concesso altri ben nove spazi a chi se ne prendeva cura. Il motivo di questa esclusione è essenziale e apre a un altro, fondamentale, discorso che ha attraversato molti interventi: la Casa non offre “servizi” e non si colloca nel “welfare”, è un luogo politico femminista (S. Tarantino), è uno “spazio di godimento del presente” (Nadia Nappo). Come tale, mostra molto bene il lavorio della postura delle donne, e la fatica, di cui accennavo prima: non si basa sui bisogni della cittadinanza ma sul desiderio degli abitanti perché ha a che fare con un certo modo di abitare lo spazio e il tempo, un habitus. Liberare gli spazi significa liberare il respiro e stare nel qui e ora di una politica che può essere fatta solo in presenza, segnata dalla fiducia perché non si sa chi si può incontrare, visto che si tratta di luoghi aperti, anche di solo passaggio (N. Nappo). Il problema profondo, dunque, quando ci si mette in gioco tanto con gli uomini che con le donne che pure si dichiarano femministe ma traducono ogni discorso nei termini della parità (D. Dioguardi), o che non riconoscono “l’autorità sociale femminile” (Tristana Dini) è il costante spostamento delle “cose delle donne” sulla “questione sociale” per cui il problema principale è mantenere una spiralità tra questione sociale e rilancio del simbolico (Gisella Modica). Il nodo che emerge è, per come l’ho visto, il complesso intreccio tra bisogno e desiderio, sul quale le posizioni sono molto diverse e che è tutto da ri-pensare. Se da un lato, infatti, molte hanno ribadito che non possiamo essere “schiacciate sul bisogno” e che la fatica relazionale può reggersi solo sul desiderio (Nappo), i bisogni, comunque, sono usciti fuori. C’è bisogno, per esempio, di luoghi in cui le poche donne che si riescono a “salvare” dalla tratta e dalla prostituzione, unico destino previsto persino da loro stesse, “possano incontrare altre donne per fare delle cose insieme”, per avviare un’attività di sarta o parrucchiera, per potersi ripensare in un percorso diverso (Yasmine Accardo). Questo è welfare? O è prendersi adeguatamente cura? A me pare che qui il mettersi in gioco delle donne incontri il livello che ha a che fare il “soddisfacimento dei bisogni materiali”, una pratica di cura segnata dalla gratuità all’interno dei rapporti affettivi che quando passa nella sfera sociale invece di essere vista come “portatrice di un valore economico” si trasforma in un “tu devi” che ruolizza le donne (Stefania Tarantino). Ne è un chiaro esempio quella signora straniera che chiamata dalla figlia a fare la badante in Italia le rispondeva “ma non so come si fa, se ne sono capace” e la figlia le rispondeva “ma certo che lo sai: hai assistito la nonna!” (Liliana Di Ponte). Se da un lato, dunque, è necessario mantenere una spiralità tra questione sociale e rilancio del simbolico è necessario anche non smarcarsi dal bisogno perché anch’esso è politico dato che ha a che fare con le “condizioni materiali della libertà femminile” (S. Tarantino). Anche in economia, d’altronde, le pratiche non bastano e possono essere anch’esse scippate, come mostra il recente interesse della Banca Mondiale per l’economia circolare: anche in economia c’è il rischio che le tante invenzioni siano trasformate dal neoliberismo in altrettante nuove occasioni di business (Gemma Albanese). Non solo, come ha sottolineato il sindaco De Magistris – con evidente linguaggio guerresco, bisogna dirlo – non si può resistere all’infinito, “bisogna contrattaccare, portare un attacco al cuore del neoliberismo” perché tra breve, con la scadenza dei prodotti derivati con cui sono stati intossicati molti comuni “ci troveremo a pagare gli interessi e i più deboli diventeranno ancora più deboli”.

A mio parere, sarebbe opportuno mettere meglio a fuoco il fatto che pur non essendo sovrapponibili, bisogni e desideri nascono dalla stessa matrice, e il godimento non attiene solo al desiderio ma accompagna l’appagamento dei bisogni: sappiamo che le creature appagate dalla poppata lo sono anche, e di più, dal contatto con il caldo corpo materno e che mangiare un buon piatto di pasta non significa solo togliersi la fame. I bisogni fisici non sono così agevolmente separabili dai bisogni dell’anima, ci insegna Simone Weil, che, come quelli, comportano l’urgente esigenza di appagamento pena la “riduzione della potenzialità dell’umano” alla quale siamo esposti per l’assoggettamento “all’algoritmo del vivente” con il quale il neoliberismo si nutre dei nostri desideri (S. Tarantino). Da questo punto di vista, entrare in luogo liberato mossi dal desiderio, significa anche appagare il bisogno di appartenere a una comunità, di trovarvi rispetto in quanto essere umano e non per qualche speciale qualità, di poter godere dei monumenti e della storia della propria città, che è l’unico modo per chi non ha mezzi economici di partecipare al lusso, e così via. Non ci si può nemmeno tanto smarcare dai diritti perché se pure è bellissimo considerarsi abitanti è pur vero c’è chi paga per la mancanza di diritti di cittadinanza e allora la spiralità deve tenersi sempre sul confine e sviluppare sapienza e conoscenza rispetto ai percorsi del diritto e della sovranità che, se si sta nel mondo, non si possono non attraversare (T. Dini). Da questo punto di vista mi sembrano importanti le parole di De Magistris: “Si può intendere il diritto come strumento di repressione o come strumento giuridico di trasformazione sociale in accordo con le mobilitazioni del popolo”.

Insomma, mettersi in gioco per i beni comuni, per difendere il territorio, per ridisegnare le spazi – disegnando nuove mappe evidenziando i percorsi di libertà e le relative interruzioni (Laura Minguzzi, Bianca Bottero a Milano, Elena Pagliuca a Napoli), prendersi cura delle persone migranti o di quelle più fragili ecc. costringe al mischiarsi con tutti e tutte e a incontrare le istituzioni, alcune volte aperte come nel caso di Napoli, o scontrarsi con esse quanto più spesso le troviamo manchevoli o eccessivamente rigide perché “non si può affrontare un mondo così complesso con la rigidità istituzionale” (B. Bottero). Allora, ben radicate nelle nostre istituzioni, figlie della politica prima, in modo da non farci risucchiare dalle logiche amministrative, statali, neoliberiste, facendo leva sull’autorità che le pratiche già operanti conferiscono, occorre provare a compiere un ulteriore passo e dare misura all’azione istituzionale. D’altronde se le nostre istituzioni “sono al di sopra” di quelle pubbliche, che hanno il dovere di garantire l’universalismo dei diritti, e forse solo questo, queste ultime dovrebbero stare opportunamente “sotto”.

(“AP. Autogestione e politica prima”, N.2/2018)

A Crotone con Ginetta Rotondo abbiamo affrontato i problemi di grave inquinamento portato dalla Montedison che ha causato malattie e morti, lo smantellamento della ferrovia ionica e, con Domenico, approfondito cosa si vorrebbe adottando una mobilita’ sostenibile ad anziani e bambini disabili e tutte e tutti. Le donne della Locride sono in prima fila. Abbiamo discusso di come e’ cambiato il femminismo e del rischi di ritorno indietro e di vedere vanificate molte conquiste. Ad esempio la 194 che e’ sotto attacco.

Della necessita’ di ritrovare l’orgoglio di essere donne, anche con l’autocoscienza, per contrastate i tagli a consultori e altri servizi, alla scuola e il generale impoverimento. La biopolitica dei poteri forti e delle multinazionali che dopo aver rapinato tutte le risorse ora invadono anche i nostri corpi. L’utero in affitto ma anche la fecondazione artificiale introdotta dopo la crescita di sterilita’ dovuta all’inquinamento e’ un guadagno come i vaccini da 4 a 12, la medicalizzazione del parto e l’eccesso di farmaci

E domani a Cosenza con le donne  bruzie.

Pubblicato in: Ambiente, Donne, Istituzioni, politica,

Commenti:

  • francesca 16 maggio 2018

    Penelope, armata e paziente, tesse la sua femminile tela…

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