Neve, blocchi e feste

postato il 6 Dic 2020
Neve, blocchi e feste

La neve si accumula in Piemonte, sulle autostrade liguri, sul quella del Brennero e anche la ferrovia si ferma. Lunghe code, valanghe, il fango sceso qualche giorno fa e i danni delle inondazioni coperti da questa coltre bianca. Montagne innevate e piste perfette  ma per un mese è proibito sciare. Neanche lo sci di fondo? Ricordo l’assurdità di un anziano bloccato da un drone e multato mentre passeggiava nei boschi o il ragazzo che faceva footing sul bagnasciuga e tutti i parchi chiusi durante il primo lookdown. L’ultimo DPCM, che non ho più letto perchè ho raggiunto una intolleranza generalizzata, fissa date e vincoli di chiusure tra regioni e tra comuni e impedisce di raggiungere figli e genitori, fratelli e sorelle, nipoti e nonne e nonni  per festeggiare e augurarsi buon anno, brindare insieme a mezzanotte e cacciare questo spaventoso anno bisestile raccontandoci insieme passato e immaginando futuro. Anche con i bambini e ragazze frustrate da scuola a distanza ed isolamento.

Tremila adolescenti si sono trovati ed aggrediti al Pincio al tramonto senza mascherine. Due adolescenti di 14 e 15 anni a Monza, hanno ucciso un quarantaduenne con un coltello da cucina, per vendicarsi dalla tossicodipendenza in cui erano finiti. Queste le ultime notizie di cronaca che si affiancano alle ragazze che hanno messo un tavolino davanti alla scuola chiusa per dimostrare pacificamente la loro solitudine. Chissà quanti altri problemi che nessuno mette in rilievo.

Ieri ho rivisto il film “Norimberga” e vi ricordo quella figura dolente di ebreo tedesco che fu costretto a sorreggere e far confessare i nazisti durante il processo e che capì la verità fondamentale che li aveva spinti a perseguitare, nel modo terrificante che dobbiamo sempre ricordare, concittadini con cui avevano convissuto fino ad allora pacificamente. La mancanza totale di empatia li aveva fatti carnefici senza rimorso.

Lungi da me accusare chi governa e chi fa opposizione, chi sta a Roma a litigare oggi sul Mes, e ieri su tutto il resto, e chi nelle regioni a fare ordinanze e a lamentarsi. O i tecnici, gli esperti, quelli che in gran segreto stanno definendo i progetti per un fondo Next generation che l’Ue ci concederà se lo permettono Polonia e Ungheria, quelle i cui politici si oppongono, non vogliono l’aborto e intanto fanno orge. Ma a loro voglio chiedere, quando ci tempestano di regole su cui litigano e che cambiano ogni giorno, di dati spaventosi come quelli dei morti, soli, senza carezze parole e sguardi di chi amano e che li amano (è vero che abbiamo il maggior numero di morti al mondo e perchè?), che empatia provano e pensano di trasmetterci?

Noi abbiamo qualcosa da dire loro in questi giorni:

Chi siamo e cosa vogliamo

Vorremmo spiegare chi siamo e perché abbiamo deciso di lavorare insieme nel laboratorio “Ecofemministe e sostenibilità” di #dallastessaparte, dopo aver partecipato a redigere il position paper a 25 anni da Pechino “il cambiamento che vogliamo”. Abbiamo maturato in questi tempi difficili la chiarezza e l’urgenza di agire insieme, forti delle differenze tra noi e dei diversi progetti in cui siamo coinvolte. Ci siamo incontrate alla fine della prima fase della pandemia, quando noi donne ci siamo spese, senza risparmiarci, nel lavoro di cura in sanità, nelle Rsa, nell’assistenza, nel volontariato, nelle nostre case senza dispositivi di protezione, non retribuite, sottopagate e precarie, coprendo con la nostra fatica le carenze dello Stato, i tagli indiscriminati della sanità e nei servizi, e il non rispetto degli obblighi di chi era preposto a fare un piano per fronteggiare le pandemie.

Invisibili perché la scena era, ed è, quasi totalmente occupata da politici e loro esperti maschi, in perenne competizione e confusione. In questa pandemia il re è nudo, lo sviluppo insostenibile e le catastrofi ambientali e climatiche strettamente collegate. Le violenze e le discriminazioni che subiamo hanno ormai raggiunto un livello intollerabile: nella sola giornata del 25 novembre contro la violenza alle donne, ci sono stati tre femminicidi. Da subito abbiamo posto la necessità improrogabile di un cambio di paradigma affermando quello di cui siamo esperte: la cura di chi ha bisogno, dell’ecosistema, della madre terra e delle specie che la abitano.

Finora nessuna nostra azione, suggerimento e cambiamento di comportamenti adottato o indotto dalle nostre lotte ha intaccato alle radici uno sviluppo insostenibile che oggi ci ha portato alle catastrofi climatiche e a questa pandemia. Il nostro Paese è molto arretrato per quanto concerne le classifiche mondiali di discriminazioni contro le donne e, nonostante la grande vittoria che abbiamo ottenuto dopo Cernobyl con l’uscita immediata dal nucleare, lo è anche rispetto all’inquinamento di aria, suolo e acque. È soggetto a diversi procedimenti di infrazione a livello europeo per questioni ambientali. È anche tra quelli che hanno un più basso tasso di natalità proprio perché le condizioni sociali e ambientali ci rendono difficile fare figli. Quindi, pur riconoscendo l’utilità di recenti provvedimenti come il superbonus al 110% e i milioni stanziati per la riforestazione, ribadiamo la necessità che il governo assuma misure simbolicamente e concretamente importanti non solo per noi ma per realizzare davvero quel cambiamento strutturale sempre più urgente per la società:

  • La legge per il cognome materno che rivendichiamo da almeno trenta anni,con più di 50mila firme depositate in Parlamento e con tre sentenze delle corti italiane ed europee che ci danno ragione, come la ministra della PA e, speriamo delle PO, parrebbero condividere.
  • L’inserimento del valore del lavoro di cura delle donne non pagato che 25 anni fa a Pechino il nostro governo si impegnò ad attuare per ritrovare nei servizi, nella defiscalizzazione e in finanziamenti a nostro favore la contropartita nel bilancio dello stato. Il BES invece del solo Pil come riferimento per le politiche, perché il benessere e non la ricchezza va garantito.
  • Le statistiche disaggregate per sesso e il punto di vista ecofemminista nelle ricerche e nei dati raccolti. Ad esempio nessuno dei dati di cui siamo inondate a livello nazionale e locale durante questa pandemia è disaggregato e quindi non ci è permesso conoscere il reale peggioramento delle condizioni di vita delle donne.
  • Il 50% dei fondi Next generation come richiesto dalla petizione europea e italiana Halfofit.
  • La bonifica di tutti i siti inquinati e delle acque; la fine dei sussidi al settore petrolifero e ai combustibili fossili, delle plastiche, della cementificazione, delle spese militari; incentivi e sgravi fiscali all’economia circolare,alle fonti rinnovabili, al riciclo e al riuso, al trasporto e alla mobilità non inquinante; messa in sicurezza dei nostri territori sempre più minacciati dagli eventi climatici; valorizzazione del lavoro di cura e prevenzione anche delle pandemie e delle malattie da inquinamento, della sanità e dei servizi territoriali, degli asili; messa in sicurezza degli edifici scolastici; educazione sessuale e al rispetto reciproco, delle altre specie e alla non violenza; promozione dell’agroalimentare sano, dell’etichettatura corretta con provenienza e emissione co2, del cohousing in luogo di RSA; progetti che coinvolgano le donne che hanno maturato esperienze e che hanno perso il loro lavoro per sopperire la carenza di servizi e la mancata condivisione del lavoro di cura e domestico. L’attuazione della volontà popolare che ha vinto il referendum sull’acqua pubblica e stop a privatizzazioni e svendite di beni pubblici, che sono della comunità e non di chi governa.

Questa assunzione di responsabilità, anche nella coerenza dei nostri comportamenti, ci obbliga a fare i conti quotidiani con l’organizzazione attuale ovunque e a denunciarne le storture e le incapacità proponendo immediatamente l’alternativa, il modo di renderla concreta e la forza collettiva per renderla stabile, trovando le risorse necessarie e prestandoci a dirigere il processo mantenendo il nostro ruolo guida senza cedere a tutte le forme più o meno violente, che conosciamo benissimo, per screditare noi e il nostro lavoro, renderci invisibili e rapinarci esperienze e capacità al fine di renderle utili a chi, occupando luoghi decisionali sente minacciato il proprio potere e vuol tornare alla situazione precedente, mascherandola e potenziandola.

La pandemia ha reso visibile i rischi che stiamo correndo. Il trasferimento di virus dagli ecosistemi selvatici che abbiamo distrutto, dagli allevamenti intensivi invivibili e inquinanti in cui abbiamo costretto animali, lo scioglimento di ghiacci e permafrost, l’inquinamento di acque, terre e aria e della biosfera minacciano la nostra stessa esistenza. E oggi non possiamo più delegare, regalare le tasse a chi non ci rappresenta. Non ci possiamo più cascare, neppure quelle che sperano ancora in qualche guadagno personale che gli verrà concesso se tornano gregarie. Non è affatto facile ma non possiamo fare altro che lavorare al nuovo paradigma insieme alle giovani di movimenti come FfF e XR,visto che molte di noi dagli anni ottanta hanno ripreso lo slogan “la terra ci è data in prestito dai nostri figli”. Si tratta di un processo complesso, glocal e trasversale a settori, competenze e deleghe, che investe le sfere dell’emotività e i nostri corpi, che ci obbliga a un linguaggio empatico e a un confronto serrato a partire dai luoghi che abitiamo….

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