Scuola: pandemia e retorica della DAD

postato il 4 Mar 2021
Scuola: pandemia e retorica della DAD

Ieri è stato proprio un bell’incontro che vale la pena rivediate qui con il link che vi rimanda alla pagina FB ecofemministe e sostenibilità dove ci hanno seguito molte amiche. La pandemia e la retorica della didattica a distanza

Bello perchè eravamo differenti ma in sintonia, teoriche ma concrete, informate e competenti. Anche le giovani studentesse che ci hanno ascoltate pazientemente prima di intervenire e hanno risposto alle domande che sono arrivate. Bello perchè Sara ci ha fornito tabelle concrete con dati su cui ragionare mentre l’allarmismo che si diffonde sui media rispetto alla chiusura delle scuole per contagi non è mai documentato. Un confronto al momento giusto sia perchè il nuovo DPCM apre cinema e altro e restrige ulteriormente la possibilità di tenere aperte le scuole sia perchè a noi l’8 marzo piace senza retoriche di circostanza. Ci ha seguito anche attentamente Domenico Matarozzo, uno degli organizzatori della manifestazione di uomini a Torino contro la violenza di uomini sulle donne, scandalizzato come noi dai titoli de La Stampa e Repubblica. Una informazione sempre condizionante anzichè utile a lasciarci voce.

Pubblico qui sotto tutto il bel documento appena diffuso dal laboratorio scuola maestra con cui il nostro laboratorio ecofem, il cui manifesto “chi siamo e cosa vogliamo noi ecofem” abbiamo già diffuso da inizio anno, ha iniziato un percorso verso il #governodilei. Questa è la scuola che vogliamo. #lascuoladilei

SCUOLA MAESTRA

La scuola dovrebbe essere la strada per trasformare la casualità della nascita nell’armonia della vita di cui si diventa titolari per la ricerca di un’esistenza libera e appagante, cammino sempre individuale e imprevedibile.

La scuola è un tempo e uno spazio in cui crescere, individualmente e insieme, per trovare la propria strada nel mondo.

PREAMBOLO

Nell’ambito del progetto “Il paese che vogliamo”, che propone gruppi di riflessione e laboratori tematici sugli snodi strutturali che “fanno” la società, abbiamo scelto la scuola. Abbiamo chiamato il nostro laboratorio “Scuola Maestra” a segnare la centralità assoluta che diamo a questa istituzione. La scuola è per noi la strada maestra per un rinnovamento profondo della nostra società.

In questi tempi si è fatta strada la necessità di un radicale cambiamento di civiltà, non una riforma ma un radicale ripensamento dei principi ordinatori che hanno regolato fino ad oggi la società in cui viviamo. Questo perché abbiamo cominciato a contare ormai in anni l’acqua bevibile, l’aria respirabile, la terra fertile. Questa pandemia, poi, ancora di più ha rivelato l’allarmante inadeguatezza delle istituzioni che ci governano: una misera idea di scuola, una errata ed equivoca idea di salute pubblica, un insopportabile disinteresse per la giustizia sociale e tutto il resto…

Siamo un gruppo di donne, la maggior parte di noi insegna o ha insegnato. Amiamo e abbiamo molto amato il nostro lavoro. Riflettiamo insieme su qual è la scuola che potrebbe garantire questo cambiamento necessario. Come potrebbe e dovrebbe essere una buona scuola, più giusta, più bella. Solo questo ci tiene insieme. Nessuna di noi è sottoposta ad alcuna pressione o a qualsivoglia vincolo.

Siamo assolutamente libere. Ci guida unicamente il nostro amore per la scuola, per coloro che la abitano nel presente e che la abiteranno nel futuro.

La forza, il potere, il denaro, sono stati fino ad oggi i principi ordinatori della storia. Ma lungo i secoli è corsa una civiltà parallela con altri principi: cura, attenzione e compassione. Questa è stata la civiltà delle donne, senza la quale l’avventura umana sulla terra non sarebbe stata possibile. Questi sono i principi a cui vorremmo riportare la scuola.

Per tutti la prima grande maestra è stata la propria madre: ci ha insegnato a parlare, a camminare, le sue carezze ci hanno preparato un posto nel mondo. La scuola è il suo continuum, ma in una condizione nuova. Nella scuola lasciamo la dimensione affettiva, protetta, per entrare nella nostra prima dimensione pubblica. Incontriamo gli altri e le altre, la storia da cui proveniamo, la bellezza di cui è capace la nostra lingua, l’utilità e la bellezza dei numeri.

Una buona scuola forma non prepara. Una buona scuola deve raccontare ai ragazzi e alle ragazze dove ci si trova e da dove si viene, deve insegnare a pensare, deve saper rendere coscienti della dipendenza reciproca, che è condizione umana per eccellenza, provocare emozioni e insegnare a goderne.

Il medium di tutto questo è il riconoscimento dell’autorità del sapere e dei soggetti che lo trasmettono, e del luogo sociale che lo trasmette: questo costruisce la qualità pedagogica.

Non è la conoscenza imposta ma la domanda di conoscenza che consente l’apprendimento.

Riteniamo che riuscire a suscitare questa domanda sia il successo pedagogico più grande.

Si confonde troppo spesso l’autorità con l’autoritarismo e il potere. L’autorità si riconosce, non si subisce.

Ogni persona è il soggetto attivo che può riconoscere autorità.

Nella scuola sappiamo che allievi e allieve possono subire od opporsi al potere, possono accondiscendere alla passività silenziosa o violenta, ma sono sempre in grado di riconoscere l’autorità.

I rapporti di autorità sono di vicinanza, conosco il nome di chi ha autorità ai miei occhi, posso invece non conoscere chi ha potere su di me. Chi ha autorità su di me è sempre un essere in carne ed ossa, mentre posso essere oggetto di un potere senza corpo, di un sistema.

È l’ammirazione che crea autorità, e la gratitudine. Guadagno sempre dall’autorità, con il potere posso anche perdere. Il potere impone l’ubbidienza. Il potere può essere oggetto di invidia, l’autorità mai, siamo ben felici che sia fuori di noi.

L’autorità riconosce il poter fare, poter agire, poter scegliere, usando la parola potere come verbo ausiliario, non come sostantivo.

Per una buona scuola serve più autorità possibile, meno potere possibile. Questa è la nostra formula.

Se è l’ammirazione che crea autorità, oggi ci troviamo di fronte a un compito immenso: ridare autorità a tutti i soggetti della scuola e alla scuola stessa. Compito urgente. Che non può essere portato a compimento trovando rimedi qua e là. È un’operazione strutturale che deve essere messa in atto.

È necessaria una vera e propria ricostruzione di autorità per tre soggetti: l’istituzione scuola nella concretezza materiale degli istituti, le/gli insegnanti di ogni ordine e grado, le allieve e gli allievi di ogni età e condizione.

Oggi, tutti e tre questi soggetti, versano in condizioni miserevoli.

Scuola

Istituzione trascurata da chi ha gestito in questi anni le risorse del nostro paese, è la cenerentola delle istituzioni, sempre oggetto di tagli economici, di poca attenzione e considerazione. I buoni progetti, che per altro ogni tanto sono stati messi in campo, si sono esauriti nel nulla, per inerzia.

La scuola dovrebbe essere considerata una grande risorsa, viene invece considerata una spesa a perdere, una realtà non produttiva.

Questa terribile pandemia, in cui ci troviamo, paradossalmente ci svela il senso attuale della scuola: un luogo dove far stare bambini e bambine per permettere ai loro genitori di lavorare, per i/le più grandi invece è un luogo dove stare il meno possibile, passarci in fretta, finire presto.

L’edificio della scuola spesso è brutto, spesso è sgangherato, trascurato. Nei nuovi quartieri non ha segni che lo distinguono, non ci sono segni che là succede qualcosa di importante, piuttosto cade nell’anonimato edilizio, quando addirittura la scuola non trova spazio in anonimi appartamenti riadattati.

L’ultimo pensiero dinamico che è stato rivolto alla scuola è quella di renderla un’azienda, non si sa bene che uomini e donne dovrebbero uscirne, probabilmente cittadini/e ubbidienti, formati/e sulla logica quantitativa e competitiva del profitto, sicuramente consumatori e consumatrici.

Insegnante

Provate a porre a qualche liceale la domanda “cosa (vuoi) fare da grande?” Nessuno vi risponderà “il professore o la professoressa” segno di un’autorità pressoché nulla, ammirazione zero. Tante sono le ragioni di una tale catastrofe.

L’insegnante è povero/a, il suo stipendio non può mantenere una famiglia, povere e poveri in un mondo che disprezza la povertà.

Spesso quel professore non voleva diventare professore, voleva fare altro nella vita ma non ci è riuscito.

Spesso la professoressa ha ripiegato sull’insegnamento perché può conciliare lavoro e famiglia.

Si ritrovano ad essere insegnanti in una scuola che non va tanto per il sottile, non controlla troppo la loro preparazione, capacità di comunicare, capacità di ascolto.

Donne e uomini con livelli alti di preparazione possono non essere bravi e brave insegnanti perché non amano quello che fanno, spesso non amano quello che insegnano e a scuola ci vogliono stare il meno possibile, se hanno ambizioni cercano di realizzarle nel tempo libero.

Sanno di valere poco socialmente, di essere giudicati e messi in discussione da studenti e genitori saccenti e/o incompetenti che sono entrati a gamba tesa nell’istituzione scuola, grazie a una riforma pensata inizialmente con ben altri scopi.

L’autorità c’è quando c’è ammirazione e riconoscenza. Dobbiamo dire che si è fatto di tutto per bandire dalla scuola questi due sentimenti.

Questo è successo perché progressivamente si è tolto valore al sapere, al sapere in sé, come se il sapere fosse qualcosa di inerte, di improduttivo; certo, dal sapere non esce merce, ma uomini e donne sì. Questo fa il sapere, produce persone, esseri pensanti, che poi l’avventura della vita, il caso, la fortuna o la sfortuna porterà ad essere quello che saranno, ma chi ha ricevuto sapere resterà sempre persona, un essere pensante. A questo via via si crede sempre meno.

Con la cultura non si mangia, qualcuno ha detto: mai idiozia più grande fu pronunciata. La verità è che senza sapere si è mangiati e mangiate.

Bisogna essere proprio fortunati, come vincere alla lotteria, per incontrare una vera o un vero insegnante, quella con il talento, quello con la vocazione, insegnanti che ti fanno volare, ti fanno studiare più del dovuto ma ti fanno amare quello che stai facendo, che ti svegliano per sempre perché continuano l’opera di metterti al mondo.

Per fortuna ce ne sono, più di quanti vediamo, e sono loro che ancora danno senso alla scuola.

Ce ne sono tanti, ma sono pochi, e ce ne sono tantissime perché la scuola è a maggioranza femminile, ma di quel tipo non sono maggioranza.

Il grande rischio è che il disinteresse, la disorganizzazione, l’eccessiva burocrazia verso la scuola sono così grandi che anche i bravi e le brave insegnanti rischiano di essere messi a tacere.

Qualche volta sono eroine o eroi, ma la scuola non dovrebbe averne bisogno.

Allievi e allieve: coloro che devono essere allevati, allevate.

Sono solo gli allievi e le allieve delle elementari che ancora possono rispondere: voglio fare il maestro o la maestra, alla domanda cosa vuoi fare da grande. Perché tra la figura maestra e loro è entrato ancora poco mondo. Imparare a leggere e scrivere, a far di conto: sono scoperte subito utili ed è ancora una festa. Il rapporto con la figura maestra è stretto, l’affettività è presente. Un sorriso ha valore, un rimprovero può far piangere. La scuola materna, la scuola elementare sono un passaggio importantissimo, molto delicato, dall’ambiente protetto della casa si entra in uno spazio pubblico. Il passaggio è graduale.

Man mano che entra il mondo ragazzi e ragazze guardano le/gli insegnanti come li guarda il mondo: una professione “modesta” che pochi vorranno intraprendere veramente. Una figura sociale squalificata.

Con la morte nel cuore tracciamo queste parole, per il timore, anzi nella certezza, che possano offendere chi fa o ha fatto coscienziosamente il suo lavoro di insegnante. Ma è la struttura stessa, la macchina scuola che riduce e immiserisce. Nessuno è responsabile di questa situazione ma ogni parte ne è implicata.

Questa situazione nelle ragazze e ragazzi corrompe l’ascolto. Non riconoscere autorità all’insegnante, nei casi migliori, ci farà studiare male, ci farà studiare per forza, per necessità, senza entusiasmo, solo perché lo si deve fare. Si viene a perdere così anche il senso profondo per lo studio: perché lo studio si fa per sé, per prima cosa è nutrimento e poi anche una prova, mai esibizione narcisistica.

L’arroganza di allievi e allieve, quando non diventa una vera e propria sfida palese, è ormai un sottofondo nel loro animo. Ai loro occhi facilmente un’osservazione o un rimprovero si trasforma in un’offesa, a cui sempre più spesso sono i genitori che si

incaricano di rispondere, a volte anche in modo violento, provocando la rovina di quella piccola agorà, di quello spazio pubblico, che la scuola mette in atto.

Si ritorna alla protezione familiare.

Le ragazze della scuola di oggi meritano un discorso a parte. La scuola ancora oggi è portatrice di valori patriarcali. Le ragazze ascoltano, ripetono, non sono incoraggiate a pensare. Sono delle ospiti, sono delle uditrici, eppure sono le più brave, ottengono migliori risultati dei loro compagni.

Questo perché sono già prigioniere della condanna del dover dimostrare la loro esistenza attraverso la loro bravura.

Alle ragazze non viene raccontata la loro storia, puoi sentirle ripetere con convinzione che il Codice Napoleonico è stato un grande passo verso la democrazia. Non è previsto che qualcuno racconti loro che, con quel Codice, le donne hanno perso tutto, soprattutto hanno perso il senso di sé.

Infatti da quel momento non poterono deporre in tribunale perché la loro parola non aveva valore di verità, furono sottoposte al potere del padre, dei fratelli, del marito, non potevano amministrare i loro beni, non potevano firmare un contratto, comperare o vendere beni immobili. Quella che è stata una stretta patriarcale feroce, che è stata la loro cancellazione come soggetti di pensiero e volontà, viene proposta alle ragazze come un passo verso la libertà, un trionfale passo verso la democrazia.

E poi, chi non si è emozionata studiando il Contratto Sociale di Rousseau dove si auspica una società finalmente non governata dalla violenza? Ma nessuno racconta alle ragazze che in questo contratto le donne non erano previste come contraenti, potevano solo esserne oggetti, soggetti mai.

Questo significa che verso le ragazze si commette un danno gravissimo, privandole della loro storia le si priva di spirito critico.

Lo spirito critico è un luogo mentale che ci permette il rapporto con la realtà, che ci situa nel mondo, che ci permette di pensare, giudicare, scegliere, è il luogo dove risiede la possibile libertà di ciascuna.

Dovrebbe essere il più importante insegnamento della scuola, ma per le ragazze non è così. Questo spiega perché così brave allieve, così brillanti studiose, appena fuori dalla scuola dimostrano una certa debolezza, una certa remissività e rientrano facilmente in quel codice comportamentale remissivo previsto per loro.

Le ragazze che escono dalle nostre scuole sono colte, ma non sono nutrite. Ci si nutre ammirando chi è simile a noi, alle ragazze sono dati da ammirare eroi, filosofi, artisti uomini, i grandi uomini. Ma le donne della storia vengono taciute, le poete, le mistiche, le artiste, le musiciste, le scrittrici, le filosofe, le politiche, le scienziate vengono puntualmente cancellate, conosciute talvolta sollo grazie alla buona volontà di qualche insegnante.

Caterina da Siena, Trotula de Ruggiero, Teresa d’Avila, Gaspara Stampa, Eleonora d’Arborea, Artemisia Gentileschi, Madame De Sevigné, Rosa Luxemburg, Virginia Woolf, Anna Maria Mozzoni, Maria Montessori, Simone Weil, Rosa Parks, Antonia Pozzi, Lise Meitner, Bertha Von Suttner, Marina Cvetaeva, Marija Gimbutas, Camilla Ravera, Margaret Mead, Gerda Taro, Dolores Prato, Hannah Arendt … sono moltissime le donne da studiare, ma nessuno parla di donne alle ragazze, nessuno dà alle ragazze donne da ammirare e a cui ispirarsi.

E bisognerebbe anche parlare delle donne il cui nome è perduto per sempre nelle pieghe della storia, quelle che si sono tirate su le maniche per ricominciare dopo ogni disastro della storia, ogni guerra, ogni carestia, con coraggio, con amore, senza medaglie né riconoscimenti, che hanno garantito calore, affettività, riparo, sopravvivenza.

Hanna Arendt parla delle loro battaglie quotidiane contro lo sporco, il disordine, la fame, il freddo, le loro battaglie sempre vinte. Questo nutrimento alle ragazze non lo si dà.

Con questo vogliamo dire che la debolezza delle donne, la loro inadeguatezza, la loro povertà, non sono condizioni naturali, non attribuibili a loro mancanze, a loro difetti, ma a un vero e proprio progetto di una società che è ancora profondamente regolata da codici maschili, a cui servono più donne povere che donne ricche, più donne deboli che donne forti, donne disponibili ad accettare il sistema, disponibili a non mettere in discussione i valori dati. La scuola oggi è ancora complice di questo progetto.

Il falso intento democratico paritario è quello di trattare ragazzi e ragazze nello stesso modo, di fatto ignorando la storia delle donne, il loro generoso esserci, il lavoro, la cura dell’esistente, il loro appartenere alla società, che senza donne non sarebbe data, il loro cammino faticosissimo verso una piena cittadinanza. Tutto taciuto.

In questo modo si consegna alle ragazze un’idea avvelenata, che le libertà di cui godono al presente siano sempre esistite o che comunque queste libertà siano date dal “progresso” dei tempi, progresso come idea della storia che va avanti da sola, dove non bisogna essere grati a nessuno.

O forse c’è un altro intento. La storia delle donne è troppo pesante e dolorosa per essere raccontata a delle giovani, meglio tacerla, pensando di fare magari una cosa buona. Rendere così uguali ragazzi e ragazze.

Ma senza storia non si possono mettere radici.

Alle ragazze spetta la loro storia e ai ragazzi spetta la loro. In questo anche per i ragazzi c’è qualcosa da guadagnare. È bene che sappiano la parte di violenza, negazione e oppressione che gli uomini del passato hanno messo in atto e quanto hanno perso esercitando potere sulle donne.

Tanti uomini hanno lottato contro la violenza e l’oppressione con generosità fino al sacrificio della propria vita, Questo lo studiamo nei libri di scuola. Tanti uomini hanno lottato per la libertà e giustizia, ma tutti non si sono accorti della illibertà e ingiustizia

che era riservata alle donne che avevano vicine, che vivevano nelle loro stesse case. Nessuno si è accorto di quella sofferenza. Anche dare questa coscienza è compito della nostra scuola.

Dare a ragazze e ragazzi la possibilità di pensare, immaginare, ragionare, giudicare, accettare o prendere le distanze, riconoscere la violenza. Questo è il compito della buona scuola a cui pensiamo e che andiamo a spiegare.

QUELLO CHE CI SIAMO DETTE

La scuola è l’istituzione che orienta il divenire sociale e prefigura ogni cambiamento.

Una società democratica non può essere riprodotta da una scuola che nega la libertà e dignità personale, sarebbe (e di fatto lo è) una pericolosa contraddizione.

La crescita è uno straordinario e stupefacente processo che muta il corpo in modo irreversibile nella sua capacità percettiva degli spazi, che quindi devono essere adeguati alle fasi della crescita stessa, che è sempre anche esperienza di connessione col mondo.

Il tempo dell’apprendimento ha un ritmo individuale che può essere prescritto solo in parte e va scoperto e sperimentato fino alla gestione autonoma, che significa anche capacità di riconoscere i propri limiti e la qualità d’intervento dell’insegnante.

La prima dimensione che conosciamo nella vita è lo spazio, il primo senso costantemente attivo dentro cui percepiamo vicinanze, sonorità, odori e sapori.

Abbiamo imparato che lo spazio intorno a noi non è inerte ma “habitat” dentro cui ci muoviamo e interagiamo con la nostra esistenza costruendo la nostra storia.

Lo spazio della scuola va ripensato.

Ripensare la scuola come un luogo di libertà e responsabilità, bellezza e condivisione, con spazi per il gioco dell’apprendere con agio individuale e rispetto relazionale, in sicurezza.

L’insegnamento scolastico deve sostenere, favorire, sollecitare, consentire, stimolare, indurre l’apprendimento.

Nella scuola che vogliamo non esistono disabilità e non esistono bisogni educativi speciali, solo la varietà della condizione umana, il riconoscimento delle differenze individuali che comporta sostegno al loro sviluppo in tutte le forme con l’attenzione, la professionalità e gli strumenti adeguati.

Il personale con specifiche competenze nell’ambito di bisogni speciali non svolge solo un lavoro specifico e segregante, ma è risorsa per l’apprendimento comune.

L’autonomia personale vive nel riconoscimento reciproco di limiti e potenzialità, con attenzione alle differenze dei corpi, ai limiti sensoriali e cognitivi, dentro il costante confronto educativo.

L’apprendimento resta anche responsabilità individuale, sempre e a qualsiasi età.

Pensiamo una scuola in cui l’autorevolezza non sia scontata e il conflitto gestito senza essere né occultato né svalutato.

La scuola è qualcosa che si fa, giorno dopo giorno, anno dopo anno, con attenzione, ascolto, responsabilità e cura, come parole che guidano e orientano.

La scuola è tempo libero dalla costrizione, dalla mortificazione, dall’emarginazione, dalla segregazione, dalla coazione al consumo, dall’aspirazione al successo mercificato, dalla competizione avvilente, dalla dipendenza, dai sensi di colpa, dai ricatti affettivi.

La scuola è un tempo liberato per il piacere di conoscere, stare insieme, scoprire, imparare, scambiare saperi ed esperienze, per inventare occasioni e incontri, per ascoltare e parlare, per condividere fatiche, emozioni, silenzi, storie, per costruire luoghi solidali e culture di pace.

Conoscere, pensare, trasmettere, agire le culture cancellate delle donne, a cominciare dalla memoria delle tante esistenze individuali dentro le storie collettive e come genere nella specie umana.

Scoperta e visibilità dei modi di essere uomo sviliti e censurati dalla cultura maschilista.

Scoprire dentro la storia ampia e complessa dell’appartenenza umana la possibilità di relazioni che interroghino le costruzioni identitarie e il potere che ne deriva.

Una scuola in cui ci si misura con i propri limiti e si impara a gioire dei talenti propri ma anche di quelli di altre e altri.

Una scuola fatta da donne e uomini che sanno riconoscere e riconoscersi.

La scuola non garantisce né prescrive sentimenti o modi di essere, se non la libertà di ricerca, per la scoperta della vita nella sua dolorosa, gioiosa e perfino noiosa faticosa complessità.

Imparare tutti i linguaggi elaborati dalla cultura nella sua dimensione storica e in divenire.

Cooperazione, gestione non violenta dei conflitti, dibattito delle idee, relazioni rispettose, accudimento e manutenzione dell’ambiente, responsabilità del proprio agire, cura delle persone con cui si vive, rispetto per il lavoro a cominciare da qualsiasi lavoro di servizio.

La scuola deve offrire un luogo egualitario che prescinda da ogni differenza di condizione ma, contemporaneamente, sappia valorizzare l’unicità umana di ognuna e

ognuno, la consapevolezza delle storie d’origine, la libertà come dimensione imprescindibile nel vivere il presente e nell’immaginare il futuro.

La nostra è una visione.

LA SCUOLA CHE VOGLIAMO

La scuola è l’istituzione che orienta il divenire sociale e prefigura ogni cambiamento. La sostenibilità ambientale della vita umana, la convivenza pacifica, l’equa distribuzione delle risorse, il necessario riconoscimento dei conflitti e la loro gestione in funzione del bene collettivo e condiviso, la necessità di misurarsi con l’eredità di ingiustizie secolari che non possono essere semplicemente rimosse o taciute, la liberazione dallo sfruttamento nel lavoro e la liberazione del tempo umano dal lavoro usurante, il riconoscimento di tutto il lavoro non riducibile, non delegabile a macchine e dispositivi tecnologici e la sua ripartizione in tempi e attività non mortificanti dell’esistenza umana, un nuovo modo di stare insieme tra uomini e donne, sono le grandi questioni del presente che le prossime generazioni dovranno affrontare attraverso il sapere scientifico e gli stili di vita, il sapere umanistico, il sapere specialistico e il tessuto complesso e diversificato delle relazioni umane, i mezzi di comunicazione più innovativi e la consapevolezza delle connessioni vitali sul pianeta. La possibilità di affrontarli in modi non distruttivi è affidata a quanto i ragazzi e le ragazze avranno imparato nel tempo della loro crescita fino alla maturità e molta parte di quel tempo sarà a scuola.

La scuola che vogliamo è stata realizzata negli anni in mille pratiche d’insegnamento capaci di opporsi in forma creativa alle imposizioni distruttive, alla mortificazione delle competenze insegnanti, alla distruzione della realtà a favore dell’apparenza, ha potuto riprodursi nella contaminazione delle idee, nell’invenzione didattica, in una miriade di pratiche sommerse, nell’intelligenza di mille progetti, spesso quelli non esibiti nelle passerelle delle eccellenze ma realizzati e vivi nelle vite di ragazzi e ragazze, bambini e bambine.

Contemporaneamente proprio l’erosione delle migliori realtà scolastiche, la riduzione delle risorse, le modifiche mercificanti, l’enorme crescita di inutili procedure e controlli burocratici, la cancellazione dei rapporti democratici, l’abbandono di intere realtà scolastiche ad una responsabilità locale diversificata, hanno favorito anche irresponsabilità e incompetenza, superficialità e accondiscendenza, mera esecuzione di mansioni a scapito della relazione educativa e della crescita professionale.

Sono bastate poche, ma determinanti, riforme strutturali tra cui, fondamentali, la riduzione del personale insegnante, l’aumento del numero di allieve e allievi per classe, l’accorpamento delle scuole con il modello di gestione aziendale, l’introduzione del linguaggio bancario nella relazione educativa, con debiti e crediti, come se il sapere fosse accumulo e non trasformazione, insieme a una campagna squalificante, fino al disprezzo, nei confronti del personale insegnante, per ridurre la scuola ad appendice del mercato e alla mercé delle famiglie, spesso disorientate e confuse.

Il mercato diventa regolatore delle vite considerate fin dall’infanzia capitale umano da addestrare e selezionare.

Le famiglie vengono incoraggiate a competere attraverso figli e figlie ridotti a materia riproduttiva della posizione sociale raggiunta o sognata, dei desideri legittimi o ambizioni smodate.

La genitorialità e la famiglia, continuamente esaltate, sono state in realtà sottoposte a uno sfruttamento e a un controllo sociale che li ha resi terminali asserviti a supporto di tutte le carenze sociali.

Dovremo organizzare la scuola, nei suoi modi e tempi, al fine di liberare i genitori dall’attuale prescrizione di accudimento scolastico, quasi sempre richiesto alle madri.

Contemporaneamente, su una scuola deprivata di personale e di investimenti, si sono riversate richieste educative impossibili, aggiungendo vincoli e mandati in forma di progetti estemporanei (e miserabili salari aggiuntivi) che hanno ulteriormente deprivato il libero dialogo educativo con una costante mortificazione del ruolo insegnante.

Le generazioni cresciute a partire dagli anni ‘90 hanno vissuto la ferocia dello slittamento da diritto allo studio a successo formativo camuffato sotto l’imperativo di efficacia ed efficienza, costrette dentro misurazioni di livelli, educate alla competizione, definite dalle certificazioni, in corsa per quella selezione che la vita già di per sé impone con la sua onesta ferocia e che una civiltà democratica dovrebbe correggere.

La scuola non sforna prodotti e non si misura con le leggi di mercato. La scuola cresce persone e cultura, fondamenti della società.

La realtà attuale della scuola ci costringe a ripensare tutto.

Abbiamo lavorato per una scuola migliore e abbiamo immaginato una scuola ideale. L’ideale non è un sogno, convoca la voglia di fare, l’impegno personale e l’impegno politico.

Non ci compete l’elaborazione di proposte dettagliate, vogliamo suggerire immagini di ciò che abbiamo desiderato da studenti, desiderato da insegnanti, desiderato e cercato di praticare tra mille difficoltà.

La pandemia in cui ci troviamo ha fatto trovare la scuola impreparata perché da anni la scuola non è stata ascoltata.

La scuola pubblica e laica è un patto di libertà tra generazioni, un atto di fiducia del mondo adulto che si fonda sul riconoscimento delle differenze e della loro ricchezza come capitale da lasciare collettivamente alle giovani generazioni affinché liberamente assumano la possibilità e responsabilità di scegliere.

Per questo ogni insegnante è prima di tutto specialista della relazione complessa che comporta la trasmissibilità del sapere.

Il sistema formativo sarà gratuito e obbligatorio fino ai 18 anni

Sappiamo per esperienza che le nostre proposte sono del tutto praticabili, occorrono risorse e scelte politiche: noi parliamo da cittadine.

La piramide capovolta

Attualmente al livello più basso dei valori del sapere c’è la scuola dell’infanzia e al vertice l’Università.

Questo ordine replica in parallelo la sottintesa gerarchia sociale e nasconde la natura profondamente patriarcale che struttura ogni gradino ignorando la realtà della crescita umana, a partire dal primo rapporto che è quello con la madre.

Tutto ciò che è vicino al momento originario della nascita e continua l’opera essenziale della madre è stato svalorizzato e derubricato a “ruolo materno”; noi vorremmo restituire questo valore perché ai nostri occhi tutto l’apprendere ha questa origine.

Sappiamo infatti che l’infanzia e la prima adolescenza sono l’età d’oro per ogni formazione e apprendimento.

La Scuola Maestra presta maggiore attenzione e massima cura alle classi di età da 0 a 15 anni, età di massima ricezione e plasticità.

Questo comporta un cambio anche nella formazione del corpo docente. Sarà richiesta una preparazione specifica, più ampia della preparazione attuale, a livello universitario. Anche gli stipendi del corpo docente saranno uniformati, dal Nido alla Scuola superiore.

Diventare insegnanti

Per tutti i livelli e le materie d’insegnamento sarà necessaria una laurea, più un master che riguarderà la didattica (tecniche di comunicazione, tecniche di ascolto, psicologia dell’età evolutiva, teorie dell’apprendimento, educazione alla differenza, criteri di valutazione…).

Questo master sarà obbligatorio, senza di esso non si potrà accedere a nessun livello di insegnamento, compresi quelli della primissima infanzia.

Il personale insegnante sarà assunto in relazione al ciclo scolastico con le specializzazioni previste.

Immaginiamo che ogni insegnante svolgerà un primo anno di tirocinio con supervisione di un tutor nella scuola scelta.

Non si può essere insegnanti senza pensare la propria professione in termini di ricerca e formazione continua. L’insegnante opera in una situazione complessa, mutevole, incerta, che non si ripete in maniera identica quasi mai. Pensare di sapere già tutto quello che serve per “fare scuola” è una visione statica che dobbiamo abbandonare.

Essere insegnanti

Il tempo della scuola per ogni docente deve essere basato su momenti di insegnamento individuale, le ore di classe, e tutti gli altri adempimenti connessi alla funzione docente:

partecipazione alla programmazione e organizzazione della scuola, attività di formazione permanente.

È previsto un orario di 6 ore lavorative per 5 giorni a settimana. Le ore di classe non potranno superare le 3/5 ore al giorno.

L’orario lavorativo deve essere comprensivo di tutte la attività connesse con l’insegnamento, senza ulteriori incombenze da svolgere a casa, se non per il proprio interesse personale e l’amore per il proprio lavoro. Per questo ogni insegnante avrà nella scuola uno spazio proprio.

È previsto un incontro di coordinamento periodico di ogni consiglio che riunisce gli/le insegnanti, inserito nel piano annuale delle attività e stabilito in sede di progettazione dei percorsi di apprendimento per le singole classi.

Le ferie saranno, come già previsto, di un mese l’anno, più i giorni di vacanza stabiliti annualmente.

È previsto un anno sabbatico, ogni dieci di insegnamento attivo, da dedicare alla scuola senza la presenza di allievi e allieve, che potrà essere utilizzato per apprendimento, ricerca, riqualificazione, libero studio, formazione, soggiorno di studio all’estero.

Sarebbe auspicabile un ripensamento dell’ultima parte della carriera lavorativa dando la possibilità, a chi voglia farlo, di scegliere gradualmente l’allontanamento dall’insegnamento vero e proprio verso un nuovo tipo di impegno, compresa la supervisione e la collaborazione alla formazione delle nuove generazioni di insegnanti perché non si disperda il grande patrimonio dell’esperienza acquisita e non si incida in modo vessatorio sul naturale invecchiamento.

La questione del denaro non è solo necessità per la vita ma anche indicazione di valore e riconoscimento sociale. Gli attuali stipendi sono totalmente inadeguati sia al compito che un insegnante è chiamato a svolgere sia al costo della vita.

Lo stipendio base sarà di Euro 2500 netti. Questa retribuzione sarà uguale per ogni livello di scuola. Con questo vogliamo mettere fine alla necessità del “doppio lavoro”, che non sarà autorizzato, se non nella forma occasionale per l’arricchimento culturale, in modo da non togliere preziose energie all’insegnamento e alla vita personale.

Diritto allo studio dai 3 ai 18 anni

Il tempo dell’esercizio del diritto scolastico deve essere di quindici anni, dai tre ai diciotto, suddiviso in due cicli, dai tre ai dodici e dai dodici ai diciotto anni, con scansioni triennali che celebrano i passaggi di età e costituiscono l’accesso a differenti apprendimenti.

Primo ciclo: 3-6 anni; 6-9 anni; 9-12 anni

Secondo ciclo: 12-15 anni; 15-18 anni

La divisione tra il primo e il secondo ciclo non significa una separazione tra due mondi non comunicanti. Nell’arco della settimana vanno organizzate esperienze di mutuo

aiuto, insegnamento/gioco tra piccoli/e e grandi per favorire il superamento della separazione tra le diverse età della vita.

Gli stessi piani annuali d’insegnamento andranno gestiti in modo da favorire lo scambio educativo tra le diverse classi di età, tra infanzia e adolescenza.

Il diritto alla scuola deve essere connesso ad un diritto educativo sociale per i primi tre anni di vita con la diffusa presenza di nidi d’infanzia ai quali va data particolare attenzione.

È necessario ripensare questo spazio, allontanarsi dall’idea che i nidi assolvano a mera funzione assistenziale e considerarli come luoghi che incidono in modo importante sul futuro di coloro che li frequentano. La figura dell’educatrice/educatore deve essere vista non più e non solo come accudente ma come la persona che accompagna la relazione con gli altri, le altre e la conoscenza del mondo, quindi con specifiche competenze pedagogiche.

Il percorso pre-scuola dell’infanzia deve essere un vero e proprio ponte verso l’altra socialità. La frequenza, seppur non obbligatoria e non continua, dovrebbe essere raccomandata e favorita anche attraverso la flessibilità degli orari e della frequenza stessa.

La riforma della scuola dovrà essere connessa a una riforma dell’accesso all’università e/o eventuali specializzazioni, come prosecuzione del diritto allo studio, quindi con forme di pre-salario per merito scolastico, indipendentemente dal reddito famigliare in modo da consentire quella libertà individuale di scelta che orienta verso l’autonomia fuori dai vincoli famigliari sia relativi alla povertà che alla ricchezza.

Inoltre va pensato il diritto alla formazione permanente, aperta a tutta la popolazione di ogni età e condizione, che la Scuola Maestra potrà ospitare, in forme, modi e tempi diversi, ovunque.

Tempo scolastico

La scuola sarà aperta dalle 7.30 del mattino. Il tempo dell’entrata durerà fino alle 9. Questa elasticità vuole agevolare le organizzazioni familiari che possono essere diverse in relazione agli impegni lavorativi dei genitori, anche se auspichiamo un mondo del lavoro in cui viene favorita la genitorialità con orari flessibili e senza alcuna penalizzazione, in particolare quando figli e figlie frequentano il primo ciclo (tre-dodici anni).

Per tutti la scuola chiuderà alle 17, salvo attività speciali, eventi, corsi per il mondo adulto.

A inizio anno ogni allieva/o dovrà scegliere di lavorare in uno dei tanti laboratori che la scuola offre e nell’arco del primo ciclo sperimentare tutti i laboratori mentre nel secondo ciclo potrà scegliere in base a interesse e talento.

Laboratori di Teatro e Musica, Letteratura, Arti, Scienze, compreso l’artigianato nelle sue forme artistiche e utili.

Queste attività saranno obbligatorie, valutate e parte integrante del curriculum scolastico.

Rapporto numerico insegnanti-allievi/e

Primo ciclo

Per l’età da 3 a 6 anni: un/a insegnante per 10 bambini/e Per l’età da 6 a 12 anni un/a insegnante per 15 bambini/e Secondo ciclo

Per l’età da 12 a 15 anni un/a insegnante per 18 ragazzi/e Per l’età da 15 a 18 anni un/a insegnante per 20 ragazzi/e

Il rapporto numerico insegnante-allieve/i definisce la base dell’organico complessivo di ogni scuola, quindi non indica necessariamente la dimensione delle classi perché in ogni triennio dei due cicli scolastici il piano formativo potrà prevedere la suddivisione in gruppi, in relazione al tipo di attività e/o di insegnamento e in modo funzionale alla massima qualità educativa offerta.

La dimensione delle scuole deve essere adeguata a un limite massimo e minimo di alunne e alunni in modo da consentire una gestione non massificata che tenga conto delle differenze geografiche e urbanistiche per garantire il più possibile l’accesso a esperienze qualitativamente ricche a tutte e tutti.

Pulizia, riordino e manutenzione degli spazi

Ciascuno/a è responsabile degli spazi della scuola, degli arredi e di tutto il materiale scolastico, chi li usa deve curarli, obbligatoriamente.

È prevista la condivisione di tutte le attività di manutenzione ordinaria e anche straordinaria, in relazione all’età, come momento di apprendimento e collaborazione con il personale addetto.

Se per la prima infanzia l’attività consisterà nel pulire e riordinare la propria aula, il proprio spazio, già dal terzo triennio del primo ciclo e per i ragazzi e le ragazze del secondo ciclo significherà farsi carico della pulizia e del riordino anche degli spazi comuni, in collaborazione con il personale addetto secondo turni prestabiliti.

Il personale delle pulizie organizza l’apprendimento pratico e i turni di collaborazione affinché nella scuola ogni attività e mansione abbia anche una funzione educativa.

La biblioteca

Ogni scuola dovrà avere la biblioteca, dove saranno a disposizione tutti i libri scolastici dell’anno, compresi libri di lettura e consultazione per infanzia e adolescenza insieme ai grandi classici.

La biblioteca avrà a disposizione testi di tutte le culture presenti sul territorio con particolare attenzione alle famiglie o territori d’origine di chi frequenta la scuola stessa. La biblioteca potrà organizzare gruppi di lettura e di educazione alla narrazione.

In collaborazione con il Laboratorio di letteratura, la biblioteca potrà istituire un premio letterario annuale, ospitare scrittori, scrittrici, poeti e poete, favorire la narrazione della

storia locale e la scoperta del rapporto tra oralità e scrittura dentro le diverse forme e l’uso di tutti i mezzi espressivi della storia umana.

La biblioteca sarà fornita di tutto il supporto tecnologico per poter lavorare con i computer tanto della scuola quanto con i propri.

Oltre al personale addetto, bambine e bambini, ragazzi e ragazze, a rotazione, collaboreranno alla sua gestione, dall’acquisizione ai prestiti, all’ordine dello spazio, apprendendo i moderni metodi di classificazione.

La biblioteca potrà essere usata, oltre che come luogo di lettura, anche come luogo di studio individuale.

La biblioteca avrà grande importanza anche come spazio di sperimentazione del silenzio.

La biblioteca curerà la fornitura di tutti i testi necessari per lo svolgimento dell’attività didattica attraverso il prestito, il comodato d’uso (anche senza restituzione) o altre forme di supporto all’attività delle classi.

La mensa

Non grandi mense dove la necessità di controllo diventa oggettivamente diseducativa. L’attività della mensa potrà diventare un possibile “Laboratorio di cucina” ed essere programmata settimanalmente con ragazzi e ragazze del secondo ciclo che, su base volontaria, desiderano partecipare a questa attività con il personale addetto e apprendere i principi per una sana alimentazione, anche attraverso lo studio delle varie teorie nutrizioniste e l’apprendimento dell’arte culinaria. Consideriamo questa partecipazione come parte dell’apprendimento di autonomia personale, e della gestione domestica, che è lavoro indispensabile alla sopravvivenza.

Il pranzo sarà anche momento educativo di convivialità. Ogni scuola dovrà avere una propria cucina, come laboratorio a disposizione fin dall’infanzia.

Per i ragazzi e le ragazze dell’ultimo triennio possono essere previste convenzioni con trattorie vicine alla scuola. Questo per favorire lo scambio tra scuola e tessuto sociale e far diventare ogni scuola una presenza vivificante nel paese e nel quartiere.

Residenze studentesche

Per l’ultimo triennio del secondo ciclo, ideale sarebbe approntare anche edifici per la residenza studentesca, simili agli studentati universitari per favorire la frequenza e la condivisione del lavoro scolastico, oltre che per evitare i lunghi tempi di spostamento. Per l’ultimo triennio, particolarmente impegnativo, è fortemente consigliato l’internato, ovviamente non obbligatorio.

Spazi per insegnanti

Il corpo docente avrà all’interno della scuola studi personali, dove potrà tenere libri e materiale didattico, organizzare il proprio lavoro, correggere i compiti, preparare le lezioni e ricevere allievi/e che ne possano fare richiesta e anche genitori nelle date previste.

Spazi personali

Anche per gli allievi e le allieve la scuola dovrà offrire un piccolo spazio personale. Ciascuno/a avrà un proprio armadietto con la chiave.

Bar

Un bar sarà a disposizione di insegnanti, e allieve/i, dei vari cicli di scuola durante l’orario di apertura della scuola. Svolge anche la funzione di luogo d’incontro e scambio fuori dall’attività didattica.

Laboratori

Il corpo dev’essere protagonista dell’apprendimento anche nell’uso e manutenzione degli ambienti, nello sviluppo della manualità fine, che si apprende digitando una tastiera come imparando a scrivere con pennino e inchiostro in bella calligrafia, nella possibilità di sperimentare danza, canto, teatro, strumenti musicali, attività sportive, uso della fotografia e incontro con la cinematografia, ma anche utilizzo di strumenti di lavoro nelle mille forme dell’artigianato, dell’edilizia, dell’industria, della sartoria fin dall’infanzia e per tutta la durata della scuola, con possibilità di trovare occasione e supporto per sviluppare ogni talento anche con scambi tra scuole.

In particolare, l’esperienza e la scoperta del corpo non possono essere affidate solo alle attività sportive e lo sport non può coincidere solo con pratiche competitive, esperienze importanti che non possono diventare totalizzanti, quindi danza e teatro devono essere esperienze altrettanto fondamentali, come le molte tecniche manuali, espresse dall’arte e dall’artigianato, anche tenendo conto della cultura italiana conosciuta ovunque nelle sue espressioni umanistiche come nella produzione manifatturiera.

Cantare in coro, auspicabile sempre e in tutte le scuola, come suonare in un’orchestra, e mettere in scena un lavoro teatrale, sono esperienze che non metaforicamente esprimono le aspirazioni della vita democratica nella percezione di sé dentro la collettività e richiedono una serie di lavori invisibili che possono invece diventare visibili nella loro necessità per la buona riuscita di un progetto.

Spazio espositivo/ Spazio eventi

Importante avere uno spazio che possa ospitare opere o persone in visita. I depositi dei nostri musei sono stracolmi di opere che non trovano spazio per essere mostrate. La scuola potrebbe chiedere dei prestiti temporanei: quadri, sculture, manufatti antichi per piccole mostre aperte al pubblico e per far vivere la dimensione artistica quotidianamente.

Lo spazio espositivo potrebbe essere gestito dal Laboratorio Arte.

Spesso nelle nostre città sono di passaggio o vivono poeti/e, scrittori/scrittrici, architetti/e, chef, attori/attrici, scienziate e scienziati. Sarebbe importante organizzare con loro incontri per letture o interviste pubbliche, dialoghi o semplicemente racconti.

A gestire questo spazio potrebbero essere i laboratori: di letteratura, di storia, scientifici, artistici, artigianali. Questi eventi potrebbero essere aperti anche al pubblico.

La cultura deve poter essere a disposizione di ogni scuola, nei piccoli paesi come nelle cittadine e nei tanti dimenticati quartieri delle grandi città.

Questa Scuola renderà necessario un grande investimento per le attività culturali e le sperimentazioni scientifiche in funzione didattica.

Teatro/Cinema

Nella scuola Maestra c’è un teatro/cinema. Come teatro potrà ospitare quelle compagnie teatrali generose che vorranno portare alla scuola per un giorno uno spettacolo, una lettura, un dialogo, un monologo. Sarà anche il luogo dove si potrà allestire uno spettacolo come risultato finale unitario di varie tipologie di laboratori.

Essere insieme per offrire a un pubblico il proprio lavoro è un’attività estremamente arricchente, un’esperienza formativa importante.

Giornale della scuola

Il giornale della scuola è un’augurabile attività e sarà a cura degli allievi e allieve fin dall’infanzia: conterrà notizie, interviste, presentazione di eventi.

Lettura dei giornali e rassegna stampa potranno essere attività di laboratorio e/o della biblioteca.

Assessore/a culturale

Per organizzare queste attività ci sarà nella scuola una persona che non appartiene al corpo docente, che avrà la funzione di “assessore culturale”, che dovrà saper cogliere le occasioni, creare possibilità, immaginare eventi. Questo lavoro potrà essere a pagamento o potrà essere di natura volontaria. Ogni anno si potrà chiedere ad una personalità di particolare valore di svolgere questo compito, di essere padrino o madrina dell’attività culturale dell’anno.

Potrebbe essere una forma di investimento reciproco.

A queste attività diamo la massima importanza. Fino ad oggi si è pensato a portare fuori gli allievi, nei musei, a teatro, pensiamo sia importante anche fare l’inverso, costruire degli eventi nella scuola, fare entrare nella scuola persone che portano esperienze, vissuti personali, opere. È importante per rivalutare la scuola come luogo di accadimenti e di attenzione, agli occhi degli/delle studenti e agli occhi della comunità a cui si appartiene.

Insegnamenti

Tutti i saperi, gli alfabeti, le arti, le scienze devono essere a disposizione, nella loro sedimentazione storica e continua innovazione, in una scuola dove si impara insieme

l’attenzione ai sentimenti, il riconoscimento di dolore e gioia, rabbia e paura, della vita nella sua dimensione di scoperta e mistero, dialogo e silenzio.

Una scuola dove si impara la conoscenza e il rispetto per i corpi nelle loro differenze, tra femmine e maschi, sfumature dei colori, caratteristiche visibili e invisibili, considerandone le permanenze e i mutamenti, misura dei limiti e delle potenzialità. Una scuola dove la scoperta di sé non è mai mortificazione o confronto arrogante, aperta a ogni domanda e alla complessità delle risposte, compresa la consapevolezza del limite e il riconoscimento delle differenze.

Una scuola dove si impara a praticare la cittadinanza, a rispettare il lavoro umano in tutte le sue forme, a gestire i conflitti, a espellere la violenza dalle relazioni, ad avere rispetto per i corpi e le storie, a scoprire il tempo assoggettato all’orario e nella dimensione di mistero in cui si sviluppa la vita, a scoprire la crescente responsabilità come dimensione imprescindibile della libertà.

I programmi a cui abbiamo pensato sono più evocativi che descrittivi, non vogliamo entrare in discorsi specialistici che competono alle indicazioni del Ministero e alle scelte libere del corpo insegnante.

La soggettività insegnante resta per noi la ricchezza della scuola.

L’attenzione deve andare alla valorizzazione dei talenti e, insieme, all’offerta di opportunità eguali.

Consideriamo un male l’appiattimento nell’uniformità. Noi facciamo solo alcuni esempi.

Insegnamenti sempre presenti dal primo triennio all’ultimo

Lingua e letteratura italiana

Dall’alfabetizzazione alla scrittura, dalla comprensione alla riflessione.

La conoscenza della lingua nelle sue strutture più profonde consente la comprensione di tutti gli altri linguaggi.

Oltre alla Storia della letteratura sarà privilegiata la lettura e il commento dei testi.

La lettura costituirà una vera e propria palestra di esercitazione anche per l’analisi grammaticale, l’analisi logica e per la sintassi.

La lingua italiana sarà un apprendimento disciplinare specifico, ma anche trasversale a tutte le discipline.

Storia

La storia è fondamentale per conoscere le proprie radici. La storia del mondo e del proprio Paese. Le grandi civiltà. Le lingue del mondo. Le radici della nostra lingua. Non solo racconto dei fatti, non solo un elenco di guerre e paci.

Materiale didattico saranno gli epistolari, le testimonianze, i racconti, le biografie secondo le più avanzate ricerche storiche e didattiche.

Come si viveva in quel tempo? Come si pensava? Entrano parametri nuovi: la felicità pubblica, la felicità privata, la vita quotidiana, le risorse, l’economia, la cura, le relazioni tra generi e generazioni.

Per il secondo ciclo alle ragazze e ai ragazzi si dovrà raccontare la storia finora dimenticata, la storia delle donne nei suoi aspetti belli e in quelli oscuri, compresi quelli più dolorosi come l’esclusione, la cancellazione, la dimenticanza, la persecuzione.

Si dovrà raccontare di quelle donne che hanno lasciato traccia nella storia del loro lavoro, pensiero, scoperte, opere. E si racconterà il loro cammino difficile, faticoso e lento verso la cittadinanza piena attraverso le loro lotte e conquiste.

Figure di donne da ammirare.

Geografia

Conoscere il proprio paese, il paese degli altri. Le acque, le terre, i ghiacci, i mari, i fiumi, le montagne.

La chiave del sapere sarà la meraviglia del pianeta azzurro nei suoi aspetti mutevoli: i grandi viaggiatori, le grandi vie di scambio per mare e per terra, la via della seta… l’avventurosa storia delle piante commestibili, i paesaggi.

Molti racconti più che nozioni, o meglio nozioni attraverso racconti.

Cielo, stelle, costellazioni, pianeti: imparare a guardare il cielo. La meterologia. Geopolitica. Educazione ambientale. I rischi del nostro pianeta. Come preservare la vita sul pianeta.

Filosofia

La riflessione filosofica e le grandi domande esistenziali, così presenti proprio nell’infanzia e adolescenza, attraversano tutto il percorso scolastico e devono essere oggetto di studio e approfondimento fino all’ultimo anno, anche come momento d’incontro per allievi e allieve che nell’ultimo triennio scelgono piani di studio diversi. L’insegnamento sarà articolato attraverso le esperienze didattiche già presenti per le varie età, dal dibattito sui grandi temi esistenziali allo studio di autrici e autori.

La filosofia può apportare argomenti fondamentali e appassionanti.

Non si farà storia della filosofia, ma filosofia per temi (la coscienza, il potere, l’amicizia, la mente, la libertà, la felicità ecc.) affrontando direttamente quei testi filosofici che possono essere letti dai/dalle giovani studenti.

Il dialogo costante tra testi, studenti e insegnanti favorirà un lavoro di riflessione e non di erudizione o puramente mnemonico.

Scienze Matematiche Fisiche e Naturali

I programmi, adeguati all’età, comprenderanno anche la dimensione storica delle ricerche e scoperte insieme alla loro applicazione.

Nell’ultimo triennio saranno previsti approfondimenti delle discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) in relazione alle scelte di indirizzo.

Seconda e terza lingua

Già dal nido è prevista una seconda lingua proposta attraverso il gioco e brevi situazioni colloquiali. Diventerà materia obbligatoria per entrambi i cicli.

Nel secondo ciclo potrà essere aggiunta una terza lingua.

Educazione alla cittadinanza

Argomenti costanti con programmi e attività adeguati all’età

Importante conoscere la Costituzione del proprio paese e la sua storia, conoscere le istituzioni che organizzano la vita democratica e il loro funzionamento, conoscere gli apparati della Giustizia, sapere come si fa una legge anche in relazione alla storicità dell’apparato giuridico, conoscere le organizzazioni della società civile, dai sindacati all’associazionismo.

L’economia domestica, un tempo materia di insegnamento che definiva l’identità femminile e la sua limitazione alla casa e alle faccende domestiche, diventa materia obbligatoria per tutti, ragazzi e ragazze, fondamentale per l’apprendimento di autonomia personale e capacità di cura di sé, degli altri e del luogo che si abita, dello spazio pubblico e del pianeta.

L’educazione civica sarà pratica quotidiana nella manutenzione e organizzazione delle relazioni interne alla scuola oltre che riflessione e studio di specifici argomenti.

Triennio finale

Il triennio finale avrà discipline comuni: italiano, storia, matematica, filosofia e seconda lingua, e discipline d’indirizzo che andranno definite in funzione della certificazione finale e ridisegneranno gli attuali indirizzi di studi.

Ad es: terza e quarta lingua, latino, greco, sociologia, economia, diritto, geopolitica, statistica, psicologia, antropologia, le discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics), ecc.

Ogni allievo/a potrà farsi un piano di studio adeguato ai propri talenti, orientamenti, interessi.

Organizzazione, movimentazione degli allievi, mescolanza: gli indirizzi non sono compartimenti stagni, secondo i propri interessi allievi e allieve potranno farsi un piano di studio proprio.

Valutazione

Espressa in scala numerica nel lavoro didattico, con l’aggiunta di un giudizio alla fine di ogni anno scolastico, è uno strumento di promozione della consapevolezza di sé, del percorso fatto e dei limiti da superare.

Viene comunicata alle famiglie alla fine dell’anno, perché la scuola stessa si occupa di colmare lacune, sostenere passaggi difficili o particolari talenti proprio attraverso la flessibilità dei gruppi d’apprendimento rispetto all’unica classe.

La valutazione negativa non è mai giudizio inesorabile, ma informazione per il lavoro comune tra insegnante e allievo/a.

La valutazione positiva è sempre occasione per approfondimenti e nuovi percorsi.

Organico

L’organico della scuola cresce, si arricchisce di nuove figure, assessore culturale, bibliotecaria/o, maestro/a di coro, regista di teatro…

L’immagine

La nostra scuola si riconosce da lontano. È un edificio disegnato, progettato, mai anonimo. Nessuna trascuratezza, cura estrema delle mura, portale d’ingresso, finestre, giardino, tutto garantito da una manutenzione annuale.

Dall’esterno la sua immagine comunica che lì fra quelle mura succede qualcosa di importante, fra quelle mura si gioca il presente ed il futuro della società intera.

La sua architettura celebra l’importanza del sapere, della conoscenza, della crescita. Là un bambino, una bambina, farà l’esperienza di uno spazio grande, condiviso, lontano dagli spazi intimi e familiari della casa.

Una ragazza, un ragazzo, scopriranno l’appartenenza a una cultura, a un paese, aperti al mondo e alla ricerca: vivranno nella scuola la responsabilità del futuro.

Entrare sarà già un’esperienza.

Noi, che pensiamo la scuola oggi, che destiniamo le risorse, non sappiamo nulla di ciò che bambini e bambine faranno della vita e per la vita, ma abbiamo il dovere di sviluppare al meglio le potenzialità di ciascuna e ciascuno, perché ciò che sapremo fare di meglio li accompagnerà fino alla fine della vita e sarà memoria di noi anche quando verrà dimenticato il nostro nome.

Alessandra Bocchetti Rosangela Pesenti Eleonora Data Gabriella De Angelis Daniela Dioguardi Candida Grenga Ida La Porta Monica Parola Rosalba Perini Maddalena Rufo Maria Pia Tamburlini

Pubblicato in: Ambiente, Donne, politica, salute,

Commenti:

  • Lorella Marini 5 Marzo 2021

    Condivido in toto i valori espressi nel documento sulla scuola che veicola un punto di vista ‘altro’ e ha lo scopo di rimettere l’educazione al centro della vita del paese. Davvero un documento di spessore che spero possa avere l’attenzione che si merita. Per quanto riguarda la DaD, non sono invece d’accordo sul fatto che la scuola in presenza sia la scelta migliore, in questo momento. Premetto che parlo esclusivamente delle scuole secondarie superiori. Sugli altri ordini di scuola non so niente, se non per sentito dire.
    1. Quando si parla di lezioni in presenza e socializzazione, si dimentica che la didattica in presenza stile pandemia è un simulacro di quella vera. Tutti con la maschera, immobili. I ragazzi non si possono scambiare oggetti, non si possono muovere nemmeno a ricreazione, non possono fare lavori di gruppo ecc. L’insegnante gira con alcool e amuchina, disinfetta superfici e computer e non può dare oggetti ai propri studenti, nemmeno fotocopie. Per areare le aule, si aprono le finestre e si congela.
    2. Le scuole italiane sono roba da terzo mondo, dal punto di vista strutturale. E il numero di studenti per classe è cresciuto a dismisura, negli anni, a causa dei tagli. Quindi, nei pochi mesi di didattica in presenza, gli studenti sono andati a scuola a turni. Una modalità, per esempio, era 15 in classe e 15 a casa, a distanza. Non potete nemmeno immaginare il delirio. Tecnologia che non funzionava, ragazzi che non si svegliavano, lezioni difficili da gestire.
    3. I paragoni con le altre realtà europee non reggono perché diversi sono i meccanismi, gli spazi, le persone. Faccio solo un esempio che conosco bene: la scuola olandese. Hanno spazi enormi per gli studenti, in confronto a noi. E, parlando di trasporti, vanno quasi sempre a scuola in bicicletta. E, comunque, hanno fatto ricorso alla DaD anche loro, quando c’è stato bisogno. Come pure gli inglesi.
    4. Si è detto più volte che i bambini e i giovani non si ammalano. Nei mesi di ottobre novembre, ci sono stati diversi casi nella mia scuola con quarantene continue. Quanto al momento attuale, ci viene continuamente detto che le varianti colpiscono in particolare i giovani. E i giovani magari se la cavano con poco (ma che mi dite della bambina di 11 anni intubata al Sant’Orsola?), ma possono infettare genitori, nonni e vecchie zie in maniera seria. Insomma la DaD crea tutti i problemi di cui siamo consapevoli, ma, in questo momento, non vedo alternative.
    Lorella

Commenta

Lascia un commento