Sono tornata e non sono contenta

postato il 24 Feb 2019
Sono tornata e non sono contenta

Invecchiando non hai più voglia di ripercorrere strade perdenti, di aggressioni gratuite, di guerre di religione e fondamentalismi, di fare politica che non dá più frutti con le donne, con gli uomini e le donne in partiti che non hanno più senso, di lavorare in decine di associazioni che affrontano un aspetto o un punto di vista limitato, di rincorrere iniziative territoriali indette da soggetti politici che non dialogano tra loro, di osannare guru di ogni sesso ma prevalentemente maschi che hanno la verità in tasca e nessuna voglia di sondare altre verità e farsi venire qualche dubbio. Soprattutto hai bisogno di bilanci collettivi per indirizzare le poche energie che ti restano. Non hai più tempo da buttare.

Ora non abbiamo più tempo tutte e tutti, non solo chi è entrato nella fase della vecchiaia, perchè è a rischio la vita sul nostro pianeta, e tanto più bambini e giovanissimi si vedono negare la certezza di un futuro. Siamo entrati in una prospettiva comune difficilissima. La tentazione di seguire chi vende certezze e slogan, chi trova capri espiatori, chi libera aggressività e violenza, chi racconta di praticare onestà e di ricercare giustizia e pratica altro, è una delle ultime prima della disperazione. In Italia poi siamo perennemente in campagna elettorale, con leggi elettorali diverse ad ogni livello e sempre più lontane dal proporzionale puro che garantirebbe la possibilità di avere una rappresentanza in cui riconoscerti. Raccolta di un numero di firme esorbitante come nelle europee, necessità di coalizioni o cartelli elettorali assurdi che mettono insieme tutto e il contrario di tutto, contratti di governo assurdi come quello che ha portato al governo M5S e Lega, liste civiche che mascherano altro, cambi continui di nomi e spostamento di capi e capetti a seconda del loro tornaconto immediato, dove c’è qualche speranza di un posto, tutto questo ha ridotto il sistema politico italiano ad un teatrino di contrattazioni frenetiche, di bussolotti che si spostano di qui e di là e che solo gli addetti sono in grado di seguire.

Per questo, a fine anno, ho deciso di partecipare ad una riunione al Parlamento europeo indetta dalle amiche svedesi di Feminist Initiative con cui Monica ed io siamo ormai in contatto da più di quattro anni. Tornando, ho scelto di andare anche a Roma in giornata, per partecipare almeno il pomeriggio ad una riunione alla Casa delle donne che aveva premesse molto interessanti: l’invito di Alessandra Bocchetti sui contenuti dell’ultimo numero di Sottosopra, e di Ilaria che avevo invitato a Bruxelles perchè interessata alla prospettiva di una possibile lista in collegamento con le svedesi per le europee. Dovevamo raccontare la decisione, presa là il giorno prima, di costituire una rete femminista europea dotata di una piattaforma e di sondare la possibilità di presentarsi anche in Italia alle europee. Il solo fatto di far vedere l’adesivo che abbiamo portato, con su scritto Europe needs feminism, ha scatenato l’entusiasmo ben descritto nell’articolo di Monica Ricci Sargentini, riportato nel mio post, che ha costituito l’unico report della riunione romana. Tornata stanchissima ma felice di aver ritrovato una prospettiva collettiva che mi dava speranza

Nel frattempo avevo ripreso i contatti con il mio solo e unico partito, quello che ho fondato e da cui sono uscita una decina di anni fa, quello dei Verdi, attraverso le ecofemministe che come me, vi avevano lavorato alla fine del secolo scorso facendolo diventare un riferimento politico per moltissime donne come abbiamo raccontato nel nostro libro che continua ad interessare. Mi ero inserita anche in un gruppo di ecologisti che miravano ad aprire quello che dei Verdi era rimasto in Italia dopo una serie di scelte sbagliate e di leadership non all’altezza. Molti della mia associazione avevano risposto all’appello dei ragazzi di Je so’ pazzo e contribuito a fondare Potere al Popolo che io ho votato alla Camera sperando di aiutarli a superare lo sbarramento capestro delle politiche mentre al Senato, pur sperando sempre meno nei 5 Stelle dopo due anni di governo deludente di Appendino a Torino, avevo votato la mia amica Maria Cristina, del mio collettivo femminista, che si presentava con loro nel mio collegio. Poi litigi e spaccatura con Rifondazione. Seguo allora anche il nascente polo intorno a DeMagistris, grazie all’invito della giovane Chiara, amica e presentatrice del mio primo libro a Napoli, sua preziosa collaboratrice, femminista e neo mamma. Sembra la volta buona, molti e molte si mettono a confrontarsi, compreso Diem25, che seguo da quando ci impegnammo in PlanB.

Avevo programmato un viaggio in Vietnam nelle prime settimane di trattative politiche per le elezioni europee, dando ormai per perso il mio interesse a quelle regionali, che ci sono anche in Piemonte, per totale assenza di una forza politica in cui riconoscermi e con cui collaborare. Ormai in prossimità di registrazione di !F, Iniziativa femminista, la nuova associazione che mira a diventare partito europeo su cui molte abbiamo voglia di impegnarci insieme alle altre femministe europee della appena battezzata rete FUN, vado leggera fidandomi di amiche e amici che continuano a lavorare per unire e riuscire a contrastare l’ormai impresentabile governo che ci siamo ritrovati per l’acume politico del Pd. Ho voglia di ritrovare la mia storia sessantottina, abbiamo scritto anche un libro grazie all’iniziativa di Franca, altra ecofemminista con cui lavoro da anni, con le mie amiche torinesi di allora, che ha molto successo. So che è giunta l’ora di cambiare registro e devo prendere un po’ di distanza dalla aggressività e violenza che mi angosciano, sempre più diffusa dopo lo smantellamento di Riace e l’incriminazione del sindaco, dopo il blocco dei porti e il razzismo crescente. Devo capire meglio ora come un popolo coraggioso di una nazione divisa a metà sia riuscito a vincere la Francia e gli Stati Uniti. Devo capire come si configuri oggi la Repubblica socialista del Vietnam, a distanza di trent’anni da quando vi andai la prima volta con una missione del Parlamento italiano, alla fine degli anni ’80 del secolo scorso. Farò una escursione anche in Cambogia e in Myanmar. Risollevarsi dalla terrificante guerra civile scatenata dai khmer rossi e convivere con una giunta sanguinaria nonostante il premio Nober San Suu Kyi, che avrebbe dovuto garantire la svolta democratica e invece legittima la persecuzione dei Rohingya, mi incuriosiva nei confronti di questi due popoli martoriati al loro interno, più che da recenti sfruttamenti neocolonialisti. E poi tornare in quelle terre d’oriente al confine con Cina, India, Indonesia e Thailandia, a ritrovare quei villaggi con le popolazioni del triangolo d’oro percorso a piedi da giovane nel mio primo grande viaggio, a rivedere monasteri, pagode e risaie, mi avrebbe riportato forse un po’ di ricchezza interiore, di cui avevo ed ho un gran bisogno in questi tempi bui.

Queste le premesse. Provate ad immaginare perché non sono contenta di essere tornata ieri. Lá ho trovato molto di ció che cercavo. Qui ho trovato un disastro. Se volete prossimamente mi dilungheró in spiegazioni. Per ora mi fermo qui e mi rimetto a lavorare pancia a terra in relazione con tutte e tutti, sperando che prevalga il buon senso.

Pubblicato in: Donne, Europa, politica,

Commenti:

  • Daniella Ambrosino 24 Febbraio 2019

    Ti capiamo molto bene, Laura. Prendere le distanze a volte è necessario come respirare, e il mondo è molto più grande che il nostro piccolo Paese. Ma capiamo molto bene il tuo sconforto al ritorno, perché qui abbiamo sentito la tua mancanza. Speriamo che ci sia ancora modo di limitare il disastro.

  • paola 1 Marzo 2019

    Prendere le dstanze è necessario, grazie di avermi segnalato il tuo nuovo articolo, molto significativo, per me.

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