L’ecofemminismo in Italia

postato il 15 giu 2017
L’ecofemminismo in Italia

Oggi finalmente esce con la casa editrice Il Poligrafo il libro con la mia, la nostra storia. Le radici di una rivoluzione necessaria che si é fermata inspiegabilmente all’inizio di questo secolo. Oppure se non e cosí e se sono io che non ne rintraccio l’evidenza politica e istituzionale in Italia aspetto felicemente di essere sconfessata da voi, mie care amiche femministe che ogni giorno vi impegnate, sui temi di cui tratta il libro che ho curato pazientemente con \franca per anni, per raccogliere le testimonianze che a tratti mi hanno commosso e ordinare faticosamente una piccola parte della numerosa documentazione che possediamo. Ma sappiamo che molta altra sta nelle vostre mani, risalente a quel trentennio di fine secolo scorso che ha visto molte di noi coinvolte nei movimenti che hanno cambiato in meglio il nostro paese insieme a molto del resto del mondo.

A Caranzano, tra le vigne e a due passi dalle terme di Acqui, ospiti di Monica Lanfranco ad Altradimora, trascorreremo tre giorni a riflettere e a confrontarci dal 23 al 25 giugno. Sará un primo appuntamento a cui spero ne seguiranno molti altri.

Qu di seguito un estratto della premessa:

Laura Cima, Franca Marcomin

Il termine ecofemminismo (dal francese écoféminisme) risale a un lavoro di Françoise d’Eaubonne del 1974, Feminism or Death.

Tra i filoni di critica dello sviluppo attenti all’incrocio tra questione ambientale e differenze tra i generi, alcune elaborazioni femministe hanno messo radicalmente in discussione il progetto di dominio sulla natura verso cui sono orientate la scienza e la tecnologia, nella versione che è invalsa a partire dall’Ottocento moderno e contemporaneo.

Molti contributi di questa “controcultura” sono venuti dalle donne del Sud del mondo da Vandana Shiva, Arundathi Roy, Bina Agarwal in India a Shanysa Khasiani e Esther I. Njiro in Africa.

Il movimento si è fatto portavoce di una posizione che va oltre sia la rivendicazione femminile di uno statuto di razionalità e di diritti politici ed economici al pari della condizione maschile, sia l’affermazione della specificità femminile e dell’alternativa femminista alla cultura maschilista. Alcune autrici italiane e internazionali hanno evidenziato come l’ecofemminismo si dedichi ad affrontare e superare i modelli discriminatori attraverso una rivalutazione, celebrazione e difesa di tutto quello che la società patriarcale ha svalutato interpretando il reale secondo metafore dicotomiche in cui il femminile è sottostimato in quanto associato a ciò che riguarda la corporeità, le emozioni, la sapienza intuitiva, la cooperazione, l’istinto alla cura, la capacità simpatetica e quella empatica, mentre il maschile è celebrato poiché accostato a concetti opposti, quali teoricità, razionalità, intelletto, competizione, dominio e apatia. Questa controcultura comprendeva all’inizio posizioni varie: liberali, marxiste, radicali e socialiste da una parte e uno spiritualismo legato all’esaltazione del principio femminile in rapporto alla madre-terra dimostrando grande eterogeneità, ma anche ricchezza nelle differenze dall’altra. Si è intrecciata con il pacifismo, il movimento antinucleare, la critica all’industrialismo inquinatore e alle politiche aggressive dell’ecosistema.

In Italia, dal 1985 in poi, cioè dalla fondazione delle Liste Verdi, molte donne si sono spese nel movimento ambientalista e nella scommessa di una rappresentanza istituzionale delle istanze ecologiste, dando vita a un femminismo ecologista che, dato il rilevante successo elettorale dei Verdi, e in particolare delle donne verdi e della loro elaborazione politica a partire dalle regionali nella seconda metà degli anni Ottanta e poi in parlamento e in molti enti locali, si caratterizzò presto come istituzionale. Naturalmente anche l’associazionismo ambientalista e femminista entrarono in contatto e parteciparono al grande cambiamento culturale e politico che ebbe inizio e cambiò il sistema politico italiano e i comportamenti sociali e di vita.

Con le testimonianze e la documentazione allegata vogliamo ripercorrere alcune tappe di questa storia.

Mentre l’ecofemminismo in Italia, arrivato dopo la grande ondata degli anni Settanta e la crisi del nucleare e della chimica inquinante, ha cambiato molto i comportamenti, da quelli alimentari al diffondersi dello specismo e del rispetto della natura, dal lato della rappresentanza istituzionale non è facile rintracciare una continuità di percorsi collettivi di donne impegnate nell’ecologia politica che abbiano contaminato le istituzioni fino ad oggi. L’esperienza delle elette nei Verdi a poco a poco si spense sotto il contrattacco maschile a partire dagli uomini delle liste Arcobaleno che schiacciarono l’esperienza del Sole che ride, invadendo il campo ecologista naif della prima ora, imponendo allo stato nascente di movimento una strutturazione tradizionale di partito e cacciando le donne dal parlamento.

Rimane a testimonianza un significativo episodio storico definito “fase del matriarcato verde”, quello del direttivo parlamentare di sole donne nel gruppo dei Verdi alla fine degli anni Ottanta che di fatto condusse, insieme ad altre donne del movimento iniziale, il Sole che ride nella difficile fase di unificazione con le liste Arcobaleno.

Non sono mancate neppure dirigenti ecologiste di rilievo in altri partiti e gruppi parlamentari come la Sinistra radicale e persino nel PCI-DS-PD. Tra le più autorevoli Laura Conti, eletta nel PCI, fece parte del gruppo di sinistra indipendente alla Camera, anche se non si riconobbe mai come ecofemminista e anzi fu spesso in polemica con Verdi e femministe, ed è riconosciuta come una delle madri del pensiero ecologista in Italia. Negli anni Ottanta la rivista del popolo ambientalista per eccellenza «La nuova ecologia» aveva una redazione totalmente femminile, le associazioni contavano presidenti come Renata Ingrao di Legambiente, Grazia Francescato del WWF e Rosa Filippini degli Amici della Terra.

Per ritrovare memoria del “femminismo verde”, come lo definiva Franca Fossati in un suo articolo su «Noi donne» nel dicembre 1986 bisogna appunto risalire alle origini del movimento ecologista in Italia, a quello antinucleare soprattutto dopo Chernobyl (aprile 1986), quando vari gruppi femministi aprirono una riflessione approfondita sulla scienza dando vita, insieme alle donne verdi, all’ecofemminismo italiano…

A Pescara, nel settembre del 1986, al primo convegno internazionale delle Liste Verdi, “La terra ci è data in prestito dai nostri figli” – recentemente ricordato a distanza di trent’anni in un evento promosso da Edvige Ricci –, si cominciò ad affrontare il problema della rappresentanza con la proposta delle liste a cerniera

Dei 15 forum previsti in quell’incontro su tutti gli aspetti ambientali, il nascente “arcipelago” – come si chiamò per differenziarlo da partiti e movimenti tradizionali – non ne aveva previsto neppure uno per le donne, madri reali o simboliche di quei figli, di quella generazione futura di cui ci si preoccupava. Fu così che le donne, un centinaio, si autoconvocarono nell’anticamera della sala in cui si tenevano i lavori “importanti” e discussero di sessualità, maternità e aborto insieme alle conseguenze del disastro nucleare, di risparmio energetico e di come ridurre il tasso di violenza nella società. Subito si parlò della necessità di essere rappresentate al 50% in tutti i livelli decisionali dell’arcipelago quando nel PCI le donne si accontentavano della quota del 25%.

Nel convegno successivo di sole donne ecologiste e femministe, a Milano a novembre, dal titolo “Tra il rosa e il verde”, si discusse anche se e come partecipare alla nascente Federazione dei Verdi a Finale Ligure nel novembre dello stesso anno. La mozione delle donne per il 50% (qualcuna chiese il 100% come avevano ottenuto le donne della Lista Verde di Amburgo conquistando il 10,4% di suffragi) negli organi della Federazione non passò, ma vennero elette 4 donne su 11 nel Direttivo.

Franca Fossati riporta a questo proposito una dichiarazione di Laura Cima rispetto al dilemma se privilegiare l’identità femminista o quella ecologista: «L’identità che ho ritrovato è quella mia. È così che sto nella Lista Verde di Torino, come una outsider, libera di cambiare idea quando voglio, di impegnarmi o di ritirarmi se qualcosa non mi convince».

I gruppi di lavoro avviati danno un’idea del dibattito eco femminista allo stato nascente del movimento politico ecologista: donne scienza e tecnologia, maternità e gravidanza, i luoghi e i modi del

potere delle donne.

Il movimento ecofemminista e le donne verdi a Mantova nel maggio 1987 costrinsero le Liste Verdi a candidare il 50% di donne, il 50% di capolista e l’alternanza a cerniera di uomini e donne per il parlamento (si era deciso di provare a presentare una lista di sole donne, ma nel giro di pochi giorni la proposta parve impraticabile).

Il primo gruppo alla Camera dei deputati vide un sostanziale equilibrio tra donne e uomini eletti, equilibrio che permise di aprire un ampio dibattito sulla politica nazionale e internazionale, in cui le donne furono le protagoniste. Quando per le dimissioni di Michele Boato nel 1988 il gruppo raggiunse la maggioranza femminile, con una bella e divertente battaglia politica le deputate conquistarono la maggioranza del gruppo e costituirono un direttivo di sole donne che condusse la lista concorrente Arcobaleno all’unificazione con il

gruppo originario del Sole che ride.

Secondo Elisabetta Donini, nel movimento ambientalista c’era una forte presenza femminile, che però non sembrava attenta a differenziarsi dal resto del movimento, proprio perché condivideva in partenza la critica allo sfruttamento della natura, nonché quella alla cultura industrialista e la consapevolezza della necessità di un diverso modello di sviluppo.

É sembrato quindi che la politica verde fosse per postulato amica delle donne, perché “non violenta” e rispettosa delle differenze, fino a quando emersero i problemi con le rappresentanze politiche. Dopo una prima fase di forte presenza di donne verdi nelle amministrazioni locali e nazionali, questa poi si attesterà ai livelli degli altri partiti……….

Nel dicembre del 1989 Laura Cima chiariva al convegno degli Arcobaleno la differenza femminile confutando una frase di Gianni Tamino – che aveva affermato «Dobbiamo rimettere l’uomo all’interno della natura» – in questo modo:

Io dico che dobbiamo rimettere l’uomo e la donna all’interno della natura e non dico una cosa formale, ma di sostanza. Sono molto contenta di essere capogruppo in un direttivo di sole donne perché oggi è molto importante agire a livello simbolico [...] la grossa novità verde ecologista è l’affermazione di un pensiero circolare, e quindi squisitamente femminile, su un pensiero maschile lineare, dominatore della natura, della donna e dei più deboli, su un modello di struttura della società piramidale con al vertice il maschio bianco. Un ordine di pensiero maschile che ha le sue radici nella filosofia cartesiana della conoscenza si sta sgretolando: dall’uso di un linguaggio neutro alla separazione tra corpo e mente, tra irrazionale e razionale, tra soggetto e oggetto, tra natura e cultura. Si afferma un pensiero che spezza le sfere chiuse, che si arricchisce delle differenze, che parte dalla singolarità, dalla temporalità e dalla località cercando le connessioni, per poi separare diversamente quando è necessaria la chiarezza. Il processo della conoscenza si fa complesso, attraversa sentieri che si intrecciano e si ricompongono. è una novità dirompente che trova poi forme organizzative dirompenti come la sfida che stiamo giocando di essere arcipelago che sta nelle istituzioni senza trasformarsi in partito.

Quindi le donne verdi affermano di non voler ricadere nella dicotomia donna-natura vs uomo-cultura, servita per contrabbandare l’inferiorità femminile, e oppongono alla cultura del dominio la cultura del rispetto, edificata dalle donne verso tutte le forme viventi.

Affermano che anche la ragione ha un corpo, per le donne, cioè che il rapporto con il reale è più caldo e affettuoso e non si limita agli strumenti d’analisi razionali….

La convenzione “Fiore Selvatico” del febbraio del 1990 che promuovemmo per consolidare l’ecofemminismo praticato nel movimento, nelle associazioni e in parlamento in Italia, fu un’occasione di confronto internazionale importante a cui parteciparono donne di Boston e della California, dove il movimento si era affermato da più di dieci anni coinvolgendo migliaia di donne di tutte le etnie. Le statunitensi insistettero nell’affermazione del concetto di sacralità laica della terra e degli organismi e nella denuncia del fatto che la cultura dello sviluppo occidentale stesse spazzando via i modi tradizionali di produrre vita e cibo, tramandati per secoli dalle donne che hanno sempre rispettato l’equilibrio degli ecosistemi. La giovane palestinese che raccontava come la colonizzazione dei territori occupati avesse distrutto un’agricoltura in mano alle donne e un’organizzazione sociale che garantiva cibo a tutti, risultava essere in totale sintonia con le statunitensi. Come lo era l’intervento della tedesca dell’est che si augurava di non essere costretta, dopo la caduta del muro, a ripercorrere gli errori occidentali.

Manuela Fraire tenne una relazione su Maternità e potere dove parlò dello scompiglio creato dalla donna ecofemminista con il suo comportamento di autodeterminazione che rompe la complicità con il maschile per promuovere solidarietà e rispetto della natura:

Provate a mostrare quanto sia grande il godimento della singolarità e come possa coesistere con l’esperienza della maternità come un altro modo di godere di se stessa e vedrete se non si scatena la guerra pubblica e privata.

Ci si richiamava a Carolyn Merchant, con il suo invito a non scavare nel grembo della terra con il metodo proposto dalla scienza e tecnica maschile; al premio Nobel Barbara McClintock, con il suo invito ad ascoltare ciò che le cose hanno da dire che ci avevano fornito la base della nuova ricerca; ad Hannah Arendt, che ci aveva insegnato il valore della politica; a Luisa Muraro con il pensiero della differenza che era in sintonia con il pensiero ecologista sul concetto del limite: «L’umanità è due. Uomo e donna sono differenti e non complementari, sono due assoluti che si limitano». Affermavamo orgogliosamente:

La sfida e la voglia di vincere che ci siamo giocate finora nell’arcipelago verde rischia di essere schiacciata ancora una volta dall’omologazione. Non abbiamo crediti verso gli uomini e lo spazio che ci siamo prese è proporzionale alla nostra assunzione di responsabilità. I nostri progetti prendono forma e disegnano una società pensata da noi.

Si trattava di imparare a governarla con il nostro punto di vista……

Ma la restaurazione arrivò presto con la trasformazione in partito quando ci si unificò alla concorrente Lista dei Verdi Arcobaleno e la ripresa del potere da parte di politici navigati come Rutelli e Ronchi che, grazie anche all’introduzione della preferenza unica contro cui, sole, ci eravamo battute inutilmente, riuscirono a far eleggere solo uomini nella legislatura che segnò la fine della prima Repubblica e del primo esperimento di governo ecofemminista nel gruppo parlamentare.

Fu comunque costituito un Forum delle Donne Verdi che all’inizio del nuovo millennio pose la parola d’ordine: “Politica: sostantivo femminile” in un convegno nazionale a Catania organizzato da Eliana Rasera e diede vita ad un’associazione, “Hera-donnambiente”, che organizzò il seminario “Cosa bolle in pentola” per denunciare i rischi per la salute a causa di un agroalimentare che alla chimica dei pesticidi, dei conservanti, dei fitofarmaci e delle sofisticazioni voleva affiancare anche quelli degli OGM.

La battaglia congressuale delle donne a Chianciano nel 2000, quando i Verdi ormai ridotti a percentuali minime rispetto al grande successo ottenuto all’inizio tentarono di rifondarsi, fu giocata con grande autorevolezza e passione e portò all’elezione a presidente di Grazia Francescato.

Per la prima volta una donna, femminista e fondatrice della storica rivista «Effe», guidava il partito. Ma il femminismo era ormai lontano e la normalizzazione politica compiuta. Un patto non esplicitato consegnò i Verdi nel 2001 ad Alfonso Pecoraro Scanio fino al 2008 e le donne verdi persero la loro forza collettiva. Nel 2008 venne rieletta Grazia Francescato fino all’ottobre 2009. Due donne verdi italiane (Francescato dal 2003 al 2006) e Monica Frassoni (europarlamentare dei Verdi europei dal 2009 per tre anni) sono state elette portavoce dei Verdi europei (che hanno per statuto l’obbligo di avere la doppia carica in tutti gli organismi, vertici compresi).I Verdi entrarono nel governo Prodi nel 2006 ma quando cadde nel 2008 subirono un insuccesso elettorale e non furono più presenti nel parlamento italiano né in quello europeo.

Il resoconto più recente del dibattito ecofemminista si trova sulla rivista «Marea», 1/2010, dove sono anticipati alcuni contenuti e hanno scritto alcune testimoni e studiose; dove si trova una ricostruzione dell’ecofemminismo e che si chiude con i principi costitutivi di una democrazia della comunità terrena di Vandana Shiva, estratto dall’introduzione de Il bene comune della Terra. Nella quarta pagina di copertina si legge una sua dichiarazione fondamentale:Io penso che le scienze reali, autentiche, che stanno emergendo dalla nostra ricerca indipendente di conoscenza non sono connesse con il denaro, con il commercio o con il profitto. Il mio progetto è di salvare la biodiversità assicurando di servire la natura e soddisfare i nostri bisogni come risultato di tale servizio. Il mio progetto è di eliminare la diseguaglianza tra uomini e donne, tra Nord e Sud del mondo, tra ricchi e poveri. Queste sono strutture costruite dall’essere umano. Io credo che questo progetto vada molto d’accordo con una scienza moderna ed onesta. è la scienza moderna corrotta da cui dobbiamo tenerci lontano.

Qui di seguito la scheda di presentazione del libro realizzata da Il Poligrafo

il poligrafo_l’ecofemminismo-in-italia

 

Pubblicato in: Ambiente, Donne, politica,

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