Un 8 marzo difficile

postato il 8 Mar 2016
Un 8 marzo difficile

care amiche, cari amici,

da tempo non do particolare valore alle feste comandate che questa società concede alle donne, o le donne hanno voluto ma poi sono diventate ricorrenze ufficiali ,come l’8 marzo o il 25 novembre. Lotto tutto l’anno da  quando sono ragazza e non ho disdegnato di fare feste e girotondi con le donne con cui negli anni ho condiviso tanto: pensieri, iniziative, linguaggio, emozioni e anche, ricordiamolo sempre, molti successi.

Quest’anno sento un peso che mi è venuto fuori l’altra sera chiaro, guardando il bel film Suffragette che mi ero persa mesi fa quando era al Filmfestival di Torino. Un peso fatto di nostalgia e di insofferenza insieme. Un peso di impotenza.

La nostalgia delle difficoltà superate insieme, non  da tutte purtroppo. Non dimenticherò mai chi si è suicidata o si è persa o se ne è andata troppo presto.

Ma quella felicità nel ritrovarsi, nell’occupare piazze, consultori e cliniche di maternità, manicomi. Dormire insieme in quei luoghi. Tenere la mano delle donne che dopo aver abortito, sotto anestesia, gridavano la loro angoscia o ascoltare chi di noi aveva subito violenza nei gruppi di autocoscienza, tutte alla pari, riconoscendoci l’un l’altra. La forza che ci passavamo e che ci permetteva di vincere l’oppressione intanto dentro di noi e poi contro fidanzati, mariti e amanti, padroni e capi, politici e baroni. Stavamo cambiando il mondo  e avevamo chiaro cosa volevamo. Quella felicità e quella sicurezza di noi mi manca oggi. Di quella ho nostalgia. La sicurezza e il fiuto politico che ancora ho, viene da li’.

Stasera, quasi per caso, cenerò con una cara amica, che mi ha lasciata quando sono stata eletta e che ho ritrovato dopo. Lei mi ha fatto l’aspirazione mestruale quando  avevo paura di essere incinta e quella volta tra noi si è consolidato un legame che rimane tale anche se passano mesi o anni senza vederci. Così mi aspetto di fare il punto anche con le.i Le parlerò della mia difficoltà a seguire un dibattito che ha spesso poco di politico, quello attuale su uteri in affitto e Cirinnà e dintorni. Ho sentito troppa violenza, troppe banalità e troppe strumentalizzazione. Poche cose intelligenti scritte da autorevoli donne da sole. E sovente senza partire da sé.

Non scrivo da sola su questi temi, ho bisogno di fare autocoscienza e di far cadere certezze, ma so che non sopporto più di vedere tutto mercificato. Tutto con un prezzo, tutto da comprare per diritto. So cosa vuol dire far crescere figli nella pancia e partorirli, ne ho parlato tante volte nei piccoli gruppi e con le ostetriche e ginecologhe che mi hanno assistito. La mia prima figlia è nata settimina per gli strapazzi a cui mi sono sottoposta con lei e quei giorni sono così vivi nella mia memoria che mi pare sia successo ieri. Il secondo figlio è arrivato dopo i quaranta anni e mi sono sottoposta alla sperimentazione dei villi coriali alla Mangiagalli perché l’amniocentesi dopo il quarto mese mi sembrava una violenza inaccettabile se avessi dovuto uccidere e partorire un bimbo morto malformato. So che nei contratti questa è una clausola che la madre surrogata si impegna a rispettare. Ho sempre condiviso paure e felicità anche con i padri, ma solo con le mie sorelle ho trovato la comprensione vera.

Questo racconto perché sia più chiaro il mio silenzio e la mia presa di distanza da tanti desideri di uomini che si sono scontrati e intrecciati su queste vicende. E di cui si sono fatte carico tante donne. Non io.

Mi avevano detto che non avrei potuto avere figli quando dopo quattro anni di matrimonio mi sono sottoposta ad esami ginecologici e ormonali. e nella stessa settimana del responso sono rimasta incinta. Penso che la sterilità sia un grande dolore per le donne che desiderano figli ma credo che se si ascoltasse di più il proprio corpo si troverebbe la forza per vincerla o per cercare affidamenti e adozioni. Perché piuttosto non pretendiamo procedure semplificate e meno burocratiche?

Intanto  l’obiezione di coscienza di troppi medici che dovrebbero garantire il servizio dell’aborto nei loro reparti e le carenze sempre più vergognosi del SSN costringono di nuovo le donne a abortire clandestinamente, a non fare esami necessari, a non curarsi se non hanno i soldi che occorrono nel privato ma anche nel pubblico ormai.

Intanto si ergono muri contro madri e padri che fuggono con i loro figli dalle guerre che i nostri governi hanno condotto sotto l’egida Nato, Usa, Onu disfacendo stati e causando centinaia di migliaia di morti, invalidi e disperati. Li si ammassa ai confini di un’Europa che non esiste più. Che si è liquefatta sotto l’egoismo e l’arroganza delle nazioni. Ogni giorno morti affogati. Campi sconfinati di profughi. E noi impotenti di fronte a queste tragedie. La sindaca di Lampedusa è tutte noi, ma l’abbiamo lasciata sola anche noi.

Impotenza e insofferenza nei confronti di chi lavora ad un mondo sempre più ingiusto.

Il diritto di vivere, di crescere i propri figli nella tua terra, di sfamarli e di avere un ricovero dignitoso. Il diritto di vivere in pace, di inviolabilità del proprio corpo. Questo viene prima di tutto e deve essere assicurato a tutte e tutti.

Possiamo decidere insieme quali sono le nostre priorità politiche? Forse ritroveremo un po’ di speranza e di entusiasmo e cancelleremo un po’ di rumore che ci buttano addosso per distrarci.

 

Pubblicato in: Diritti umani, Donne,

Commenti:

  • Edda billi 9 Marzo 2016

    Cara Laura, Capisco perfettamente il tuo disagio ma,credimi, miracolosamente ieri, alla Casa e’ stato bellissimo.Tanti tanti volti noti e nuovi e la voglia di ri-trovarci, di riprenderci in mano.Un 8 marzo,di lotta festosa!

  • Laura Cima 9 Marzo 2016

    bene, sono contenta Edda.
    non disperdiamo questa forza perchè sono tempi difficili

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